Acerbi, Juan Jesus e l’ennesima occasione persa per combattere il razzismo

Il calcio italiano ha gestito malissimo tutta la vicenda. Ancora prima della sentenza del giudice sportivo.
di Redazione Undici 27 Marzo 2024 alle 13:04

Le discussioni sul diritto – che sia diritto sportivo come nel caso Acerbi-Juan Jesus, ma anche penale, civile o amministrativo – e sulle sentenze dei giudici sono una fonte inesauribile di dibattito, quindi di polemiche, di scontri, di battaglie ideologiche fondate sulla terminologia e sulla funzionalità delle norme. Sul margine di interpretabilità in cui operano i magistrati. Anche stavolta la decisione del giudice sportivo Gerardo Mastandrea, che ha assolto Acerbi per mancanza di prove, ha avuto l’effetto di uno sparo in una radura: molti uccelli sono scappati via dai loro nidi, cioè molti commentatori si sono ribellati, hanno contestato le motivazioni addotte per non comminare la squalifica; alcuni di questi hanno ripreso un episodio del 2021 – quando venne comminata una squalifica per dieci giornate a Santini, giocatore del Padova, sempre per insulti razzisti nei confronti di un avversario – per dimostrare che sì, a volte bastano le parole della parte offesa perché possa scattare una sanzione. Quella volta, come dire, il buon senso e il contesto influenzarono di più il giudice rispetto a quanto avvenuto nel caso-Acerbi. E forse la strada migliore è – sarebbe – proprio questa.

In ogni caso, mettersi a contestare la sentenza di Mastandrea vorrebbe dire impelagarsi volontariamente in una di quelle discussioni sul diritto che in realtà vanno oltre il caso in sé, che riguardano – come detto – la terminologia e la funzionalità stessa delle norme. Oppure, ancora peggio, finirebbe per avviare una requisitoria sui criteri interpretativi usati dal giudice. Per ridurre il tutto a una frase: se guardiamo soltanto verso Mastandrea e la sua decisione, non ne usciamo più. E così il caso Acerbi-Juan Jesus diventerebbe l’ennesima battaglia tra tifosi, la mia parola contro la tua, il video che forse c’è o forse non c’è, la testimonianza del compagno che forse basta o forse no, chi tra i due è il bugiardo?

Ecco, a pensarci bene tutto questo discorso deve essere considerato secondario. C’è un altro aspetto molto più importante di cui tener conto, perché è importantissimo il campo – la lotta al razzismo – in cui stiamo giocando. E questo aspetto riguarda l’occasione persa, l’ennesima, perché il nostro calcio facesse qualcosa di concreto contro le discriminazioni. Che fossimo impreparati a gestire una situazione del genere, è sembrato evidente fin dal primo momento. Ma anche dopo, cioè negli ultimi giorni, siamo stati poco scaltri e poco veloci e poco efficaci nel gestire la situazione. Situazione che, per altro, era ed è molto più semplice di quello che appare: durante la partita Inter-Napoli, Juan Jesus ha detto – all’arbitro La Penna, è scritto nel suo referto – di aver sentito un insulto discriminatorio da parte di Acerbi; il direttore di gara ha chiesto al giocatore del Napoli se volesse interrompere la gara, Juan Jesus ha detto no; poi Acerbi si è scusato sul campo – c’è un video, stavolta sì, in cui è stato immortalato quel momento – e tutto sembrava rientrato. Magari il difensore dell’Inter si è scusato perché è stato davvero equivocato, magari si è scusato perché si è reso conto che nemmeno un momento di blackout giustifica quell’insulto intollerabile: questo non possiamo saperlo.

Prima e dopo la sentenza, però, sono successe tante cose che hanno modificato lo scenario: il cambio di versione di Acerbi alcune ore dopo la fine della partita, la convocazione sospesa in Nazionale e il ritorno a casa del difensore, il comunicato ufficiale emesso dall’Inter, le parole di Juan Jesus sui social network, la decisione condivisibile del Napoli, che ha annunciato di non voler più partecipare a «iniziative di mera facciata delle istituzioni calcistiche contro il razzismo e le discriminazioni». Ecco, anche alla luce di tutto questo le istituzioni calcistiche avrebbero dovuto prendere delle posizioni chiare, nette. Decise. Anche coraggiose. Di condanna del gesto, anche solo presunto. Ancora prima che lo facesse il giudice sportivo, indipendentemente dalla sua decisione. Perché se esiste anche il semplice dubbio che ci sia stato un insulto razzista, allora bisogna prendere posizione immediatamente, bisogna condannare anche preventivamente. Perché, semplicemente, ci sono insulti più gravi di altri, e l’insulto attribuito ad Acerbi è il più grave in assoluto. Perché Mastandrea in fondo ha detto che non ci sono prove sufficienti, e allora Acerbi non può essere squalificato, ma non ha assolto completamente il difensore dell’Inter. Anzi, nella sua sentenza c’è scritto che resta «il contenuto gravemente discriminatorio confinato alle parole del soggetto offeso». Ecco, in virtù di tutto questo servirebbe – sarebbe servito – che qualcuno stigmatizzasse davvero il comportamento di Acerbi. Il diritto è un mondo con le sue regole, spesso discutibili. La lotta al razzismo è un altro pianeta, e su quel pianeta non ci sono discussioni, non ci sono attese. Non dovrebbero essercene.

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