Vizi, virtù e fascino infinito della Nazionale italiana

Il nostro calcio è un mix di abilità, furbizia e bellezza. Una nicchia di qualità unica in un Paese che deve sempre difendersi.
di Simon Kuper 23 Giugno 2024 alle 03:59

Se chiudo gli occhi e penso alla Nazionale italiana, è il 1982 (naturalmente) e ho dodici anni, e Paolo Rossi ha appena segnato un gol. Fu quel Mondiale a cristallizzare un trittico di valori tutto unico che definisce gli Azzurri, e il loro contributo all’eredità del calcio europeo: un mix, molto italiano, di abilità, furbizia e bellezza. Rossi lo incarnava perfettamente: all’epoca veniva dallo scandalo del Totonero, ed era tornato a giocare giusto prima del Mondiale, dopo due anni di sospensione. E nelle parole di un’amica e coetanea, che ebbe un’illuminazione sessuale guardando l’attaccante ex Vicenza, era «magro, moro e bellissimo». Sono sicuro di aver consumato troppi cliché riguardo all’Italia, ma i compagni di squadra di Rossi mi ricordavano attori di un film di Fellini in pantaloncini corti: Causio con i suoi baffi senza tempo, il fascinoso Cabrini, il fidanzato d’Italia, e il volto di Tardelli contorto in quell’urlo ancestrale dopo il gol nella finale.

L’effetto era sublimato da quel perfetto punto di azzurro. L’origine di tutte queste qualità italiane va ricercata probabilmente già negli inizi della Nazionale. Quando i primi Azzurri campioni del mondo visitarono Londra nel 1934, un’anonima giornalista (“A Woman Reporter”), sulle pagine del Daily Mail, li descrisse come «questi calciatori italiani, fieri e con la pelle olivastra… se ne vanno in giro per Londra causando più di uno scompenso nei cuori femminili». La successiva amichevole contro l’Inghilterra si tradusse in uno scontro così selvaggio che passò alla storia come “la battaglia di Highbury”. Il primo furfante a prendersi i meriti di quella squadra fu probabilmente Mussolini: comprese da subito che lo sport poteva essere uno specchio per la virilità nazionale, soprattutto per un popolo, allora, ben consapevole della sua mancanza di statura e successi militari. Era sua abitudine farsi fotografare mentre sciava, tirava di spada o nuotava, il petto nudo come un precursore di Vladimir Putin. Nel 1933, sulla spiaggia di Ostia, ricevette il cancelliere austriaco Dolfuss, magro e in tenuta formale, indossando soltanto un costume da bagno. Per ogni vittoria italiana negli anni Trenta, il “primo sportivo” non si faceva mai trovare troppo distante dal podio.

Naturalmente, politici di ogni luogo e tempo hanno sempre provato ad assorbire la gloria calcistica, ma è successo in particolar modo in Italia, in cui si è sempre vissuto così intensamente il successo calcistico e così poco un senso di patriottismo condiviso. Berlusconi scelse di chiamare il proprio partito Forza Italia, ha spiegato lo storico britannico John Foot, perché i suoi consiglieri pensavano che «la sola lingua che unisce gli italiani è quella del calcio». Negli anni Novanta iniziai a viaggiare in giro per l’Italia come giornalista. Per me e per altri appassionati stranieri, l’immagine del calcio italiano iniziò a legarsi indissolubilmente con ricordi di cappuccini schiumosi, copie della Gazzetta dello Sport studiate ai tavolini di un caffè, stadi assolati che ci sembravano sicuri come ristoranti per famiglie in un’epoca in cui gli hooligan imperversavano nel calcio inglese. Scrissi nel mio primo libro, Calcio e potere, nel 1994: «Quando un tifoso muore va in Italia, dove trova i migliori calciatori del mondo, partite trasmesse in chiaro in televisione, e numerosi quotidiani sportivi. Un bel clima, anche». Quando mi sono trovato a vivere a Boston, nel 1994, i migliori posti per guardare i Mondiali erano i caffè italiani nella parte nord della città; più tardi, a Londra, era invece il Bar Italia a Soho, in cui il proprietario, piccolo e anziano, veniva lanciato in aria per festeggiare le vittorie degli Azzurri.

Alcuni stranieri non erano entusiasti dello stile difensivo dell’Italia. Cruijff disse: «Gli italiani non possono batterti, ma puoi comunque perdere contro di loro». Danny Cohen-Bendit, che guidò i moti studenteschi parigini nel 1968, si meraviglia nel suo ultimo libro sul calcio, Sous le crampons… la plage, che il catenaccio italiano sia sopravvissuto anche alle rivoluzioni degli anni Sessanta: «L’Italia rimaneva dogmatica, mafiosa, conservativa e chiusa, tanto strenuamente tutto questo era ancorato nella sua storia dell’inizio dei tempi». Anche io mi sono lamentato spesso del modo di difendere tipico dell’Italia, finché, nel 2006, non ne fui conquistato. Quella di Cannavaro era un’Italia in cui non era concesso di subire anche soltanto una rimessa laterale, nemmeno se fosse servita a fermare un’azione pericolosa. Quando Marco Materazzi concesse un tiro alla Germania, in semifinale, Cannavaro andò da lui, lo affrontò, e quasi lo schiaffeggiò. Il calcio italiano – come Ferrari, come Gucci, o un affascinante caffè all’angolo di un palazzo – è sempre riuscito a raggiungere qualcosa di estremamente difficile: rimanere una nicchia di qualità unica in un Paese in decadenza.

Da Undici n° 24
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