Thierry Henry ha detto di non sentirsi «un allenatore di primo livello», quindi merita una statua

I grandi ex giocatori, di solito, faticano ad accettare di non essere anche dei buoni allenatori.
di Redazione Undici 28 Maggio 2025 alle 17:31

Non è un mestiere per tutti. Ma sono in pochissimi ad ammettere che diventare allenatori, dopo una signora carriera da calciatori, sia una strada difficile. E che tante volte sarebbe meglio evitare. S sdoganare il pensiero – forse, si spera – è niente meno che Thierry Henry: «Dovrebbero verificarsi molte buone ragioni per farmi smettere quel che sto facendo ora», ha dichiarato l’ex attaccante, attualmente impegnato come commentatore per CBS Sports. «Che cosa ti protegge una volta che firmi un contratto da allenatore? Bisogna avere la lucidità di sapersi tutelare prima. E non sono in condizione per scegliere dove andare, non sono a quel livello. Ho valutato la vita che ho adesso e devo assicurarmi di non commettere errori, non solo per me ma soprattutto per la mia famiglia». Il che vuol dire, rinunciare anche a panchine suggestive ma troppo complicate da gestire.

È un atto di umiltà non banale, quello di Henry. Soprattutto il passaggio «non sono a quel livello». E a oltre dieci anni dal suo ritiro da professionista, il bilancio da guida tecnica nei club parla chiaro: una parentesi con esonero al Monaco (2018/19) e un anonimo campionato americano al Montréal Impact (2020). Per il resto qualche esperienza a capo delle giovanili dell’Arsenal e della Francia U21, più tre anni da assistente di Roberto Martínez nel Belgio. Il traguardo più importante è arrivato semmai l’estate scorsa, quando ha guidato i Bleus fino all’argento olimpico a Parigi (sconfitti soltanto in finale ai supplemantari contro la Spagna). E infatti Titì aggiunge questo: «Prima dei Giochi non facevo caso a quanto sto dicendo ora: avrei accettato qualunque cosa, perché dovevo provare a me stesso di essere in grado di allenare una squadra».

L’ha fatto, ci è riuscito. Ma con la consapevolezza di non voler più fare il passo più lungo della gamba. A differenza di molti altri campioni, che come per emanazione o investitura divina confidano di poter replicare i loro successi anche quando si trasferiscono in panchina. E spesso finiscono per farsi il battesimo di fuoco in una big – magari la stessa di cui hanno fatto la storia – e per vivere il relativo quanto inevitabile flop – fatte le opportune eccezioni, naturalmente. Poi scatta la pausa di riflessione. Dopo perseverano, insistono, i risultati continuano a voltar loro le spalle e poco a poco scarseggiano anche le occasioni per rimettersi in gioco. Fino a finire relegati ai margini del calcio, in campionati sempre più esotici e improbabili, bruciando più o meno in fretta il credito garantito dal proprio nome altisonante – che da portiere, difensore, centrocampista era sempre stato in grado di far rizzare le antenne a mezza Europa.

Non tutti, insomma, sono Guardiola o Inzaghi. E non c’è niente di male a prenderne atto. Anzi: di questi tempi presuntuosi, con innumerevoli parabole come quella sopra descritta, la dichiarazione di Henry potrebbe ben fare scuola. Parola di 400 e passa gol in carriera, non traducibili in alcuna filosofia di gioco da trasmettere ai calciatori di oggi. Qualcosa vorrà pur dire.

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