La rosa del Chelsea è talmente giovane che la Conference League è il primo grande trofeo per moltissimi giocatori

Pochi giocatori dell'organico di Maresca avevano già conquistato dei titoli importanti. Tutti gli altri hanno cominciato ora, e promettono di non fermarsi qui.
di Redazione Undici 30 Maggio 2025 alle 13:28

Prima che il Chelsea alzasse il trofeo della Conference League, solo Reece James e Cole Palmer sapevano cosa si provava. Nel senso: la rosa di Maresca è composta da tanti(ssimi) giocatori molto giovani, che in quanto tali non avevano ancora avuto il tempo di conquistare un grande trofeo internazionale. Come detto, le eccezioni erano James e Palmer, entrambi vincitori della Champions League (James col Chelsea 2021, Palmer col Manchester City 2023); a loro in realtà andrebbero aggiunti anche Cucurella e soprattutto Enzo Fernández, che non avevano ancora conquistato grandi trofei per club (Fernández aveva in bacheca la Copa e la Recopa Sudamericana) ma nel frattempo si erano consolati con le rispettive Nazionali: il terzino spagnolo è campione d’Europa in carica, il centrocampista argentino è reduce da due trionfi in Copa América e dalla vittoria al Mondiale 2022. Infine, c’è il caso di Christopher Nkunku: nei suoi anni al PSG, seppur vissuti da protagonista marginale, ha conquistato tre edizioni della Ligue 1 e quattro coppe nazionali, più altre due Coppe di Germania col Lipsia. Nessun trofeo internazionale, va bene, ma il suo palmarés non era di certo sguarnito.

A parte questi cinque giocatori, tutti gli altri componenti della rosa del Chelsea non avevano trofei importanti nelle loro bacheche personali. Anche Jadon Sancho, tanto per fare un nome importante, non andava oltre una Coppa di Germania e una Coppa di Lega inglese. I portieri Sánchez e Jorgensen non avevano mai vinto nulla, esattamente come i difensori Adarabioyo, Badiashile, Colwill, Chalobah, Malo Gusto; Fofana ha conquistato una FA Cup con il Leicester, e sempre con le Foxes anche Dewsbury-Hall ha vinto una Charity Shield. A centrocampo, la Conference sollevata dopo la finale contro il Betis è stato il primo trofeo per per Moises Caicedo e per Roméo Lavia. In avanti, stesso discorso per Nico Jackson, Marc Guiu e Tyrique George, mentre Pedro Neto è sceso in campo una volta nella Coppa Italia 2018/19, quella che poi sarebbe stata vinta dalla sua Lazio. Per Noni Madueke, infine, la vittoria in Conference si aggiunge a due successi in Coppa d’Olanda colti al tempo del PSV.

In virtù di questo elenco, quindi, non è un caso che Maresca abbia insistito tanto nel sottolineare l’importanza di far bene in Conference. E magari di vincerla. Come scrive anche un quotidiano piuttosto autorevole come il Times, dentro il Chelsea c’era «una gran voglia/necessità di alzare un trofeo: perché sarebbe stato il primo dell’era-Boehly, e perché iniziare a vincere è come un catalizzatore per crescere, per andare oltre. Proprio il Chelsea lo sa bene: ai tempi di Abramovich, la Coppa di Lega 2005 ha inaugurato un ciclo da 21 titoli importanti durato fino al 2021». Anche Noni Madueke, subito dopo la finale contro il Betis, è stato molto chiaro: «Sento che siamo diventati grandi. Nelle ultime settimane abbiamo fatto un grosso balzo in avanti, e questa coppa lo dimostra». Difficile contestare questa affermazione.

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