Adesso anche Pep Guardiola è diventato un amante del gioco in contropiede

I dati di quest'avvio di stagione sono notevoli, orientati a un tipo di gioco che non eravamo abituati a vedere nel calcio di Pep.
di Redazione Undici 03 Novembre 2025 alle 16:56

Non più soltanto possesso palla e paziente attacco degli spazi. Oggi il Manchester City, secondo in Premier League, sta diventando una macchina da micidiali ripartenze (molto spesso finalizzate dallo strapotere fisico di Haaland, com’è successo domenica nella vittoria sul Bournemouth). Quando siamo soltanto a novembre, i Citizens sono già a quattro gol realizzati in contropiede: più di quanti erano stati messi a referto nell’intero 2025/26 (tre). Ora, da qui a dare dei catenacciari a dei giocatori allenati da Pep Guardiola ce ne passa. Anzi, probabilmente non succederà mai. Eppure anche l’allenatore catalano sta affinando l’importanza della versatilità, senza snaturare il suo gioco: questo City quando riesce continua a comandare la manovra, talvolta palleggiando fino allo sfinimento, ma all’occorrenza sa accelerare e colpire in campo aperto. Una preziosa risorsa in più, che nel lungo periodo – e nell’arco di una stagione determinata dai dettagli – può fare la differenza.

Si tratta di una necessaria evoluzione rispetto al passato recente, quando soltanto pochi mesi fa Haaland e compagni dovevano fare improvvisamente i conti con la crisi di risultati più profonda e inaspettata dell’era Guardiola. Affinché lo stratega del Treble restasse al timone con rinnovata spinta, occorreva trovare altre soluzioni. E compiere un non banale bagno d’umiltà: adattarsi al calcio che cambia, dopo averne dettato i precetti per oltre un decennio. “Oggi il gioco moderno è quello sfoggiato da formazioni come il Liverpool, il Brighton, il Newcastle o il Bournemouth”, ha spiegato lo stesso Pep in questo periodo. “Il calcio non è più posizionale, basato sul palleggio”. E non è un caso che lo scorso settembre, in occasione del pareggio per 1-1 in casa dell’Arsenal, il Manchester City ha sfoderato il peggior dato sul possesso palla sin dal 2010, quando ad allenarlo era ancora mancini: soltanto il 33,2%. Difficile a credersi.

Un’onta per il guardiolismo? In realtà no. Pep a 54 anni resta un grandissimo allenatore, forse ancora il numero uno al mondo, proprio per la sua capacità di rimodellarsi in base alle condizioni che cambiano. Senza mai fossilizzarsi su ciò che fino a quel momento aveva funzionato a meraviglia – e se il prezzo da pagare è racchiuso in quei pochi mesi di blackout, l’analoga prontezza delle sue squadre a ritrovare un assetto tattico efficace è altrettanto notevole. C’entrano le dinamiche di gioco, la fisicità rispetto alla pura tecnica. Ma anche un calendario sempre più fitto che richiede un attento dosaggio di energie. “La nostra intenzione non sarebbe mai quella di lasciare l’iniziativa all’avversario”, puntualizzava Pep, sempre dopo la sfida dell’Emirates. “Ma pochi giorni prima abbiamo speso parecchio in Champions contro il Napoli: tanti giocatori affaticati, altri infortunati. Dunque, anche per queste ragioni, se ci troviamo di fronte un avversario più forte di noi, dobbiamo essere pronti a difendere duro e a puntare sul contrattacco. Toccando meno la palla. Preferirei non farlo, ma bisogna essere pronti anche a questo se si vuole rimanere ai massimi livelli”.

Vale per i Citizens come club, ma anche per lui come allenatore. Perché mentre illustri colleghi come Mourinho invecchiano e altri passano di moda – Sarri, ten Hag, Pochettino –, Pep ha la rara saggezza di saper andare oltre gli schemi più difficili da mettere in discussione. I propri.

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