La Ferrari è tornata a vincere un Mondiale

Reportage dal Bahrein, dove la scuderia di Maranello ha conquistato il titolo WEC, acronimo di World Endurance Championship. E l'ha fatto in sole tre stagioni, trasformando un grande ritorno in un nuovo inizio.
di Leonardo Micheli 10 Novembre 2025 alle 02:33

Dopo 17 anni, la Ferrari torna a festeggiare un titolo mondiale. Non in Formula 1, ma nel WEC (World Endurance Championship), la competizione che celebra la velocità e la resistenza. Un campionato unico, composto da otto gare, tra le quali la leggendaria 24 Ore di Le Mans. In queste corse il tempo perde di valore, scompare davanti a un paradosso: quello che si crea tra il rapido sfrecciare delle vetture e degli eventi che durano dal giorno alla notte.

Siamo stati a Sakhir, in Bahrein, al fianco di Ferrari e dei suoi piloti, per vivere questo suo storico ritorno sul gradino più alto del podio di un campionato mondiale FIA così prestigioso. E a celebrare un grande ritorno, perché la Rossa era tornata a competere nel mondiale WEC nel 2023, dopo 52 anni di assenza. Il titolo mancava dal 1972. In sole tre stagioni, la casa di Maranello ha progettato la miglior macchina al mondo, battendo altre scuderie prestigiose come Porsche, Toyota e Aston Martin. Lo ha fatto affiancandosi ad AF Corse, team specializzato nella gestione delle hypercar, ovvero le macchine dell’Endurance. In pochissimo tempo, ha creato un assetto perfetto, affidando la macchina a piloti cresciuti all’interno del mondo Ferrari. «La chiave di tutto è stata l’umiltà del nostro approccio: non solo abbiamo creato una scuderia, ma una vera e propria famiglia. Quando siamo arrivati eravamo una principessa timida, ora siamo diventati una regina splendente», ci ha raccontato Ferdinando Cannizzo, responsabile della progettazione per Ferrari Endurance.

Alla otto ore del Bahrein c’era anche il Presidente di Ferrari, John Elkann. Ha guardato la corsa principalmente dal box, vicino agli ingegneri, seduto in religioso silenzio. Si è alzato solo per seguire i pit stop da vicino, con un braccio sulla spalla di Antonello Coletta, il responsabile del team, la mente principale dietro a questa vittoria. Un piccolo gesto genuino che ha trasmesso un orgoglio immenso. La presenza di Elkann ha dimostrato che l’Endurance non è una competizione di secondo livello. Anzi, rappresenta al meglio il raggiungimento dell’eccellenza Ferrari, la capacità di progettare una vettura non solo rapida, ma anche capace di sfidare il tempo, correndo per ore affrontando ogni tipo di condizione. E finendo per trionfare sulla resistenza.

 

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«Questa è una giornata fantastica che nessuno potrà mai dimenticare. Il primo pensiero è un ringraziamento alla squadra, e ai miei compagni. Fin dal primo giorno abbiamo condiviso un sogno e ora siamo riusciti a realizzarlo», ha detto Antonio Giovinazzi, ex pilota Alfa Romeo in Formula 1, visibilmente emozionato. Oltre al titolo costruttori, battendo la Porsche proprio all’ultima corsa, Ferrari ha vinto anche quello dei piloti, con la macchina numero 51, guidata da Giovinazzi, James Calado e Alessandro Pier Guidi. Nell’Endurance, visti i tempi molto lunghi delle gare, ogni auto ha tre piloti che si alternano durante lo stesso evento. Di fatto è uno sport di squadra, in cui la macchina è la vera protagonista.

Il weekend è stato un susseguirsi di istantanee dello spirito Ferrari: dalla serenità del team nei giorni precedenti alla finale all’elegante scambio di complimenti con i rivali della Porsche a fine gara. Ma c’è un’immagine, in particolare, che racconta meglio di ogni altra l’anima Rossa che è tornata a brillare. Poco prima della partenza, nel caos della pit-lane, i piloti Pier Guidi e Calado si sono avvicinati alla loro vettura. L’hanno osservata con attenzione e, con disinvoltura, le hanno lasciato una tenera carezza. Un momento che assomigliava più a un rito liturgico: uno schema di movimenti prestabilito, necessario per entrare in connessione con la macchina, per renderla propria. Ma anche un gesto di profondo ringraziamento e rispetto verso la storia della Ferrari. A spiegarci l’intensità di quell’istante è stato lo stesso Guidi: «Può sembrare stupido che i piloti parlino, bacino o coccolino la macchina. Ma alla fine, per noi, è più di un semplice oggetto: è parte fondante dei nostri sogni e ambizioni».

La vittoria in Bahrein non segna solo il ritorno di Ferrari sul tetto del mondo. È la dimostrazione della forza intrinseca di Maranello, ovvero la capacità di progettare la migliore macchina al mondo in brevissimo tempo. Qualcosa che, secondo alcuni, ultimamente era svanito. Invece no: questo successo costruito in brevissimo è molto più di un titolo. È la conferma che l’essenza dell’automobilismo – l’andare oltre ogni limite – pulsa ancora fortissima nel cuore del Cavallino. Quello che abbiamo visto a Sakhir non è un semplice traguardo, ma un punto di partenza per una nuova era.

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