I direttori sportivi sono diventati delle vere e proprie star, adesso anche in Premier League

I registi occulti dei top club inglesi godono ormai di una riconoscibilità talmente ampia che vengono considerati «mancati dottori a Harvard».
di Redazione Undici 04 Dicembre 2025 alle 02:44

I direttori sportivi della nostra era calcistica sono talmente decisivi, dietro le quinte, da cambiare le sorti e la storia stessa dei club. In Italia è così da almeno trent’anni. E per quanto il nostro modello di sviluppo sportivo sia ormai stagnante e superato, certi tipi di know-how restano intuizioni vincenti. Ecco, appunto: la figura del direttore sportivo, come detto, oggi è più cruciale che mai anche in Inghilterra, erede legittima del campionato più bello del mondo. Ma non era sempre stato così. Anzi. A ribadirlo è un lungo reportage del Times, che ripercorre vita, morte e miracoli di una professione relativamente nuova ai massimi livelli della Premier League.

Si fanno i nomi di Paul Mitchell, Richard Hughes, Txiki Begiristain: gli uomini che hanno fatto le fortune recenti di Tottenham, Liverpool, Manchester City. Si racconta, facendo parlare colleghi vari e vari addetti ai lavori – spesso dietro anonimato – che i direttori sportivi stanno rivoluzionando il modo di fare calcio nel Paese in cui è stato inventato il gioco. «Non si tratta soltanto dell’ingaggio di calciatori e allenatori: è un lavoro che tocca ogni sfaccettatura dell’organizzazione sportiva». E ancora: «Essere un ds oggi è molto più complicato di una volta. Stiamo parlando di profili che avrebbero meritato di frequentare Harvard: devono saperne di legge, di finanza, di marketing. Devono essere eccellenti comunicatori. E al contempo capirne del gioco, degli aspetti psicologici attorno a giocatori, allenatori e agenti».

Letta con il filtro informativo di un italiano medio appassionato di pallone, può sembrare la scoperta dell’acqua calda. Eppure anche da noi le mansioni del direttore sportivo – sempre più frequentemente rinominato con l’altisonante titolo di head of football – si sono espanse, fino a farne un tentacolare factotum all’interno di un grande club. Ma in Inghilterra, questa tendenza tracciata da alcune personalità d’altissimo profilo nelle squadre più vincenti degli ultimi anni – si ripensi a Begiristain, di fatto lo yin allo yang di Guardiola a Manchester – ha dei contorni assolutamente inediti. Ed è arrivata a cambiare il lessico stesso delle professioni. A Liverpool, sottolinea il Times, Jurgen Klopp era ancora un manager a tutto tondo. Il suo successore Arne Slot è stato invece presentato al popolo di Anfield come head coach: soltanto capo allenatore. Fa tutta la differenza del mondo. E certifica che le redini della gestione tecnica sono progressivamente passate ad altre persone, ad altre figure.

Una differenza che si mantiene, rispetto all’Italia, è che in Premier League il ds resta ancora una figura abbastanza eterea. Gestisce e scandisce tutto. Soltanto di rado però si espone mediaticamente, e al di fuori dei tifosi più attenti la maggior parte del pubblico ancora non sa chi è il regista occulto del Chelsea o quello del Tottenham (spoiler: «le responsabilità in alcuni top club sono talmente vaste che vengono suddivise fra due o più professionisti», si legge ancora sul Times). La presentazione di Slot al Liverpool fu storica anche perché accompagnata dall’insolita conferenza stampa del ds Hughes, in prima linea per introdurre il nuovo corso societario. Da allora però, nessuno l’ha più visto davanti alle telecamere. Neanche dopo aver orchestrato una faraonica campagna acquisti – Wirtz più Isak più Ekitike… – da quasi mezzo miliardo di euro. Ecco: per gli standard narrativi della Serie A tutto ciò sarebbe impossibile. E forse, almeno questo aspetto, a Londra e dintorni stanno facendo accurata attenzione a non esportarlo.

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