Un gran balzo in avanti, almeno sotto il profilo monetario. Se fin qui gli Australian Open erano convenzionalmente considerato il torneo “più povero” e meno prestigioso del Grande Slam, da oggi gli organizzatori fanno capire che la musica sta cambiando. Nel segno di un giro d’affari sempre più invitante: per l’edizione del 2026, in programma dal 12 gennaio al 1° febbraio, sarà infatti messo in palio un montepremi complessivo da 75 milioni di dollari. Non soltanto si tratta di una cifra nettamente superiore (+16%) rispetto all’annata precedente – e va da sé, la più alta di sempre nella storia della manifestazione –, quando l’asticella s’era fermata a quota 63 milioni. Ma sarà anche in grado di competere con Wimbledon, Roland Garros e US Open. Limando il gap anno dopo anno.
Per intenderci, come racconta The Athletic, il massimo torneo britannico nel 2025 metteva in palio 72,6 milioni di dollari, quello francese 65,4. L’americano, il più ricco in assoluto, arrivava a 85. È plausibile che il montepremi continuerà a crescere anche per gli altri tornei stagionali, in linea con la tendenza attuale. Ma al netto del significato simbolico, per i tennisti in primis diventa sempre più difficile ignorare gli incentivi economici degli Australian Open. A tutti i livelli del tabellone, dalla semplice partecipazione ai futuri vincitori.
Come sarà ripartito il montepremi? L’eliminazione al primo turno assicurerà comunque 100mila dollari ad atleta, mentre trionfare sul greenset in Australia vorrebbe dire intascarsi la bellezza di 2,8 milioni ciascuno – singolare e doppio maschile, singolare e doppio femminile. Quasi il 20% in più rispetto alle cifre incassate nel 2025. Se l’aumento in assoluto è notevole, i tennisti professionisti guardano però a una statistica molto particolare: cioè la quota riservata al montepremi rispetto al totale dei ricavi generati dall’intera manifestazione. Nel 2025 erano stati di 465,5 milioni di dollari: si resta dunque, in proporzione, attorno al 16-17% devoluto agli atleti.
L’obiettivo dichiarato da Sinner e colleghi, in questo senso, è di raggiungere per i tornei del Grande Slam la soglia del 22%: in linea con quanto già accade con gli ATP e i WTA Tour, ma lontano anni luce dai premi da capogiro riservati dalla grande industria sportiva all’americana – basti pensare che tra NBA, NFL e MLB i giocatori ricevano quasi la metà degli introiti complessivi. Insomma, anche se la strada verso montepremi sempre più elevati sembra tracciata, i protagonisti del tennis continuano a spingere per un progressivo programma di riforme a ulteriore vantaggio di chi scende in campo. E che alla fine, fa vendere i biglietti.