Le squadre sportive degli USA valgono di più e attraggono più investitori rispetto a quelle europee, e uno dei motivi è che non possono retrocedere

Il Financial Times non ha dubbi: il sistema chiuso, quello delle leghe professionistiche americane, offre maggiore sicurezza a chi vuole guadagnare attraverso lo sport.
di Redazione Undici 07 Gennaio 2026 alle 02:00

Questione di valore atteso, ma anche di modello. Di abbattimento dell’incertezza. Negli Stati Uniti – tra NFL e NBA, tra NHL e MLB – tutti sanno da anni, salvo riforme che hanno lunghissime gestazioni, quante e quali squadre militano nelle varie leghe. La spettacolarizzazione dello sport genera più introiti, ma questi restano sempre all’interno dello stesso circuito: diritti tv, bonus vittoria, ammortamenti pluristagionali. Di base, tutti regolarmente pianificabili di anno in anno. E vanno a vantaggio, in modo anche questo noto in partenza, delle squadre protagoniste. Sempre le stesse, senza alcun rischio di perdere il palcoscenico principale per colpa di una retrocessione: è questa una delle differenze più significative rispetto al calcio europeo, che fa sempre più fatica a reggere più la concorrenza degli americani.

In pratica, per dirla in modo brutale, le squadre delle leghe sportive americane valgono di più rispetto a quelle europee. E continuano ad accrescere il loro valore. Lo raccontano nel dettaglio due autorevoli analisi economiche, firmate dal Financial Times e da Front Office Sports. Stando a queste due testate, uno dei motivi principali di questo gap sarebbe legato al concetto di merito sportivo che da sempre contraddistingue i campionati professionistici del Vecchio Continente. Gli investitori guardano alla stabilità, alla crescita di lungo periodo e all’aumentare dei ricavi: nemmeno la faraonica Premier League, in Europa, regge il confronto col modello chiuso tipico dello sport a a stelle e strisce. E così, per quanto sempre più imprenditori americani guardino al nostro calcio (ma spesso all’interno di un sistema multisport, soprattutto in Inghilterra, combinando le franchigie di altre discipline) il giro d’affari complessivo e il flusso assoluto degli investimenti è del tutto sbilanciato verso gli USA.

Scrive Front Office Sport: «Nel 2025, il record per la più alta valutazione di una franchigia sportiva professionistica in un’operazione di compravendita con cambio di controllo è stato battuto due volte in tre mesi. E le stesse dinamiche di mercato restano in atto, il che significa che le valutazioni potrebbero salire ancora nel 2026. Il record è stato infranto prima con la vendita dei Celtics a una valutazione iniziale di 6,1 miliardi di dollari. Poi, tre mesi dopo, con la cessione dei Lakers per una valutazione complessiva di dieci miliardi. Considerando anche le vendite di quote di minoranza, i New York Giants hanno superato i dieci miliardi di dollari con la cessione di una partecipazione alla famiglia Koch». E ancora: «Nel 2025 le franchigie NBA, NFL, MLB e NHL hanno sovraperformato la maggior parte delle altre classi di attività negli ultimi vent’anni. Il rendimento è salito al 16,9%, superando quasi tutte le altre categorie di investimento, a eccezione del settore media e intrattenimento. Celtics, Lakers e Trail Blazers sono state vendute nel 2025, tutte con valutazioni superiori ai quattro miliardi di dollari: cifre impensabili soltanto dieci anni fa. L’accordo da due miliardi per i Clippers nel 2014 aveva già riscritto il mercato, ma le valutazioni hanno continuato a salire grazie al nuovo accordo sui diritti mediatici da 77 miliardi di dollari e al numero limitato di franchigie».

Eccolo il primo punto: il mercato dello sport americano è ristretto, ristrettissimo. È un ambiente competitivo in cui c’è poco margine di errore. Lo spiega, arrivando a parlare anche delle retrocessioni, il Financial Times. Attraverso le parole di John Lambros, responsabile dei media digitali e dell’intrattenimento di Houlihan Lokey, banca di investimento indipendente da 1,8 miliardi di dollari di fatturato: «L’organizzazione delle leghe, la struttura e le opportunità di condivisione dei ricavi negli Stati Uniti rispetto al resto del mondo sono profondamente diverse. Nella maggior parte degli sport statunitensi il rischio e la volatilità sono più bassi. Non esiste il rischio retrocessione e i diritti media prevedibili rendono i ricavi stabili e facilmente stimabili». Da qui, secondo le rilevazioni del Financial Times, si origina un circolo vizioso che porta i club calcistici europei a una vera e propria stagnazione: «Il valore medio d’impresa di una squadra NBA è salito a 14,1 volte i ricavi; nel 2023 la quota era di 11,8 volte. Le valutazioni medie delle squadre della NFL sono aumentate fino a 10,2 volte i ricavi nello stesso periodo. Le valutazioni delle principali squadre di calcio maschile, concentrate in Europa, sono ferme a sole 4,2 volte i ricavi».

Da questa parte del mondo, però, c’è una tradizione differente. E quindi c’è un’opinione pubblica, intesa come tifosi ma anche come massa critica, che non digerirebbe mai un sistema come quello americano: la rivolta contro la Super Lega, scoppiata praticamente cinque anni fa dopo il tentativo di scisma – dall’UEFA – dei top club di Inghilterra, Spagna e Italia era dovuta proprio all’idea che la nuova competizione fosse a numero chiuso. E che non prevedesse un meccanismo promozioni-retrocessioni. Quel modello, però, rischia seriamente di farsi fagocitare – almeno dal punto di vista economico – da quello americano. Lo dicono i numeri, lo dicono alcuni tra i giornali economici più prestigiosi al mondo.

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