Le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 batteranno ogni record positivo riguardo l’inclusività e la parità di genere

Gli eventi, gli spazi e i racconti destinati alle donne, non in quanto tale ma come atlete, sono uno dei pilastri del progetto MiCo.
di Redazione Undici 20 Gennaio 2026 alle 12:06

La parità di genere nello sport non avanza a balzi improvvisi, procede per stratificazioni, per piccole conquiste che diventano normalità. E poi, un giorno, diventano visibili. Lo vedremo con le Olimpiadi di Milano Cortina 2026, quelle con la percentuale più alta di atlete in gara per un’edizione dei Giochi Invernali, il 47%. Sembra un dettaglio, ma non lo è. Dentro quella cifra c’è un cambio lento, graduale, accumulato negli anni, un movimento carsico che emerge in superficie.

Non è solo un tema quantitativo. Lo mostra bene la storia dei grandi eventi sportivi: la parità sul campo non coincide quasi mai con la parità fuori dal campo. È una questione di sguardi, di spazi, di narrazioni. Per questo Milano Cortina 2026 arriva in un momento cruciale, in cui l’attenzione al gender balance non riguarda più soltanto il numero di partecipanti, ma la cultura che circonda lo sport. Una cultura che dice ancora troppo spesso chi deve essere visto e chi può restare ai margini.

È in questo contesto che si inserisce la prima edizione italiana delle “Portrayal Guidelines” del Comitato Olimpico Internazionale, pubblicata a settembre e curata dalla Fondazione Milano Cortina 2026. Un documento tecnico – contiene principi, definizioni, raccomandazioni – ma che in realtà riguarda la parte più umana dello sport, cioè il modo in cui raccontiamo gli atleti e le atlete, il linguaggio che usiamo, le immagini che scegliamo, il valore che attribuiamo alle prestazioni. Il modo in cui, prima ancora di scendere in pista, un’atleta può sentirsi riconosciuta oppure no.

Le linee guida partono da un presupposto tanto semplice quanto rivoluzionario: la rappresentazione ha un peso enorme. Il Comitato Olimpico Internazionale definisce la rappresentazione come un insieme di parole, immagini, voci, quantità di spazio e qualità della narrazione. Non è un concetto astratto: è il filtro attraverso cui il pubblico percepisce lo sport. E quel filtro, per decenni, ha restituito un’immagine sbilanciata, fatta di stereotipi, di sfumature mancanti, di narrazioni che relegavano lo sport femminile a una sorta di parentesi temporanea. Le ricerche citate dal CIO lo mostrano chiaramente. Fuori dalle due settimane olimpiche, la copertura degli sport femminili è minima. Nei titoli e nei servizi, l’attenzione scivola spesso su dettagli marginali: l’abito, la famiglia, l’espressione, persino lo stile dei movimenti. L’atletismo passa in secondo piano. Anche l’uso automatico di etichette – l’aggettivo “femminile” per indicare una qualsiasi disciplina – contribuisce a rendere lo sport maschile la norma, e quello femminile l’eccezione. È un’abitudine linguistica, ma come tutte le abitudini diventa un messaggio, formula il pensiero.

Le Portrayal Guidelines propongono un totale cambio di prospettiva. A riconoscere che le atlete non formano un blocco omogeneo e che la loro identità non coincide con il loro genere. Origini diverse, percorsi diversi, culture e orientamenti diversi: lo sport è una pluralità di storie e di sfumature, ignorarle significa perdere una parte fondamentale della realtà. Anche l’intersezionalità viene troppo spesso approcciata come un esercizio teorico, e invece è il modo più concreto per capire cosa significa partecipare – e sentirsi rappresentati – all’interno di un grande evento globale.

Milano Cortina 2026 si inserisce perfettamente dentro questa transizione. Lo dimostra la scelta della Fondazione di non limitarsi alla traduzione del documento, ma di diffonderlo nelle Federazioni, nei comitati, tra le testate giornalistiche. Una scelta che ha trovato un simbolo nella lettera di Anna de la Forest, hockeista su ghiaccio, che ha invitato i presidenti delle Federazioni italiane a far conoscere il testo ad atleti e atlete. È un gesto che dice molto. Perché la parità non può essere calata dall’alto, ma si costruisce un passo alla volta, nella quotidianità dello sport, nel modo in cui ci si parla, ci si osserva, ci si racconta. Fuori dai grandi eventi la realtà resta ancora sbilanciata. Nel 2023, solo il 22% delle posizioni dirigenziali negli sport più popolari era occupato da donne (almeno tra i Paesi dell’Unione europea). Ai Giochi di Parigi 2024, tra circa 24mila accrediti media, le giornaliste erano appena il 23%. Significa che i ruoli decisionali – quelli che definiscono cosa merita attenzione, cosa diventa notizia, cosa viene amplificato o lasciato sullo sfondo – restano in larga parte maschili. Ed è qui che la rappresentazione diventa cruciale: perché non raccontare qualcuno significa, di fatto, non farlo esistere nell’immaginario collettivo.

Lo sport, però, ha una caratteristica unica: quando cambia, trascina con sé anche il modo in cui lo percepiamo fuori da ciò che succede sui campi, sulle piste, nei palazzetti. Le immagini che scorrono durante i Giochi, le storie che si impongono, il linguaggio che si normalizza, tutto questo contribuisce a ridefinire ciò che consideriamo possibile. Creano nuovi modelli di comportamento e nuove aspettative. Le Olimpiadi e le Paralimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 possono essere esattamente questo, un laboratorio di nuove narrazioni. Un luogo in cui le atlete non diventano protagoniste solo in quanto donne, ma in quanto atlete.

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