Agli Australian Open, Sinner, Alcaraz, Sabalenka e altri tennisti sono stati costretti a togliere dei braccialetti tracker accettati dall’ATP e dalla WTA

La decisione finale spetta agli organizzatori del torneo, ma non è stata accolta benissimo dai partecipanti.
di Redazione Undici 26 Gennaio 2026 alle 14:41

Il protocollo è quantomeno curioso. Può un braccialetto smart, utilizzato per misurare le performance dei tennisti, essere vietato in torneo? La risposta è sì, se si stanno disputando gli Australian Open. Chiedere a Jannik Sinner, a Carlos Alcaraz. O ad Aryna Sabalenka, che è pure brand ambassador dei dispositivi Whoop – progettati proprio per analizzare dati biometrici di vario tipo in gara, in allenamento e a riposo: battito cardiaco, fonti di stress, livelli di glucosio, ritmo del sonno. Insomma, “nulla che abbia a che fare con il doping”, protestano atleti e addetti ai lavori. Eppure a Melbourne vigono regole ferree (o meglio: non aggiornate al passo della tecnologia).

Il cortocircuito, fatti alla mano, è che mentre i circuiti ATP e WTA hanno autorizzato l’uso dei braccialetti in gara – rispettivamente dal 2024 e dal 2021 –, i tornei del Grande Slam finora non si sono adeguati all’innovazione. Dagli US agli Australian Open, una certa libertà discrezionale da parte degli organizzatori è prevista e tradizionalmente risaputa: dal numero di challenge a disposizione durante un match alla durata del tie-brak. Eppure il pugno di ferro sugli accessori sembra più che altro un’esagerazione amministrativa. “Il torneo di Melbourne sta intavolando delle discussioni per capire come cambiare questa situazione”, ha infatti spiegato Tennis Australia a The Times.

Figurarsi intanto la rabbia dei brand direttamente coinvolti – comprensibile anche in termini economici: “Gli atleti hanno il diritto fondamentale di analizzare la propria performance e la propria tenuta fisica anche nei più importanti eventi competitivi”, la BBC ha riportato le dichiarazioni di Whoop. “Bloccare l’accesso ai dati sulla salute personale non protegge lo sport”. Così succede che a Sinner e Sabalenka viene subito impedito di sfruttare il dispositivo, mentre Alcaraz, complice un polsino che lo copriva fortuitamente, è riuscito a indossarlo fino al quarto turno del torneo – e continua a utilizzarlo in allenamento. La tennista bielorussa invece lo sfoggiava sul campo non più tardi del Brisbane International, poche settimane fa.

Ma perché allora gli Australian Open e gli altri tornei del Grande Slam si continuano a intestardire tanto su un aspetto innocuo ai fini della competizione? La ragione principale è legata alla natura frammentata della governance del tennis. Sempre la BBC sottolinea che gli organizzatori australiani avrebbero davvero intenzione di autorizzare i braccialetti tracker, ma una decisione collettiva non è ancora stata presa. Tutta questione di burocrazia, insomma. E non basta il fatto che gli Australian Open offrano un proprio database sulla salute degli atleti ai partecipanti del torneo: ciascuno dovrebbe essere autorizzato a utilizzare la fonte che preferisce, vista la delicatezza e la privacy di certi parametri. Con la stagione sportiva che si allunga sempre di più, mettendo a dura prova anche la resistenza dei professionisti – e questo sono loro a ribadirlo –, alcuni tipi di monitoraggio farebbero bene a non essere più in discussione. Soprattutto per prevenire gli infortuni, e in ultima analisi un tennis più fragile.

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