Nemo propheta in patria, anche se sei una bambina prodigio che stupisce il mondo e conquista due medaglie d’oro olimpiche consecutive. Chloe Kim lo ha imparato sulla propria pelle, perché proprio i tratti somatici legati alle sue radici sono stati al centro delle critiche che gli haters le rivolgono da ormai un decennio. Anche quando ancora adolescente ha iniziato a dettare legge inforcando una tavola da snowboard e meravigliando gli astanti a suon di trick teoricamente improponibili per un’atleta in erba.
L’eccezione che conferma la regola è la piccola Chloe, che a quattro anni ha iniziato a prendere confidenza con la neve sulle montagne di San Gabriel, finendo per attirare presto l’interesse di alcuni allenatori che gravitavano nell’area di Los Angeles. A sei anni sale per la prima volta sul podio, festeggiando il bronzo ai campionati nazionali della US Amateur Snowboarding Association. Da lì inizia un percorso lungo quanto rapido di successi, che attirano popolarità, sponsor, denari e critiche. Feroci, come possono essere le persone che diffondono odio da una tastiera, senza dover rendere conto del disprezzo gratuito e ingiustificato che riversano su una ragazzina.
L’unica protezione sicura arriva dai genitori, coreani fuggiti da un paese non ancora democratico come poi è diventato in seguito. Chloe, protagonista in pista e fuori grazie anche ai suoi tratti somatici diversi dal consueto, vive due realtà estreme: da una parte c’è gioia per le vittorie e la fama che cresce, dall’altra l’impossibilità di sopportare giudizi spietati di sconosciuti connazionali, ossessionati per la supremazia della ragazza che «toglie medaglie alle vere statunitensi». Poco conta, per tali menti limitate, che Chloe Kim sia nata a Long Beach il 23 aprile del 2000 e abbia vissuto tutta la vita in California, formando con Shaun White la migliore rappresentazione del dominio americano nello snowboard, olimpico e non.
Per farsi un’idea della vita al rovescio che ha travolto Kim dopo la celebrità acquisita (tra copertine, spot e citazioni di premi Oscar), è sufficiente sapere che, durante la pandemia Covid, con l’astio verso l’Asia che ha toccato vette ineguagliate nella storia recente, l’allora 21enne è stata costretta a uscire di casa con coltellino, spray al peperoncino e un taser a portata di mano, per difendersi da eventuali attacchi fisici dei suoi odiatori seriali.
Come detto, però, gli ostacoli sulla strada di Chloe sono apparsi dopo i suoi successi in serie nell’half-pipe, la rampa semicircolare su cui i rider hanno costruito la loro fama. Applicata alla neve, quella rampa che ricalca un mezzo cilindro permette ai rider di sfruttare la forza di gravità e la spinta sulle pareti per eseguire evoluzioni volanti, con salti e rotazioni sui bordi di grande impatto emotivo. Kim ha dimostrato di avere un particolare talento nella disciplina fin dai suoi inizi, tanto da sperare in una deroga per poter partecipare ai Giochi Olimpici Invernali di Sochi 2014. Opzione impossibile da praticare per una 14enne.
Messe in bacheca tre affermazioni agli X Winter Games (con le medaglie che in seguito diventeranno dieci solo in questa manifestazione), il prodigio dello snowboard a stelle e strisce inizia la sua conquista del mondo alle Olimpiadi di Pyeongchang 2018, dove si impone nella sua specialità prediletta. Quattro anni più tardi, a Pechino, il copione è lo stesso e Kim diventa una star internazionale, ricercata dalle aziende, desiderata dai fan e un facile bersaglio per i portatori d’odio, seguendo la scia di Simone Biles e Naomi Osaka.
Dopo aver convissuto con lo spettro del ritiro, percorsi terapeutici per combattere la depressione e diverse pause dall’attività sportiva, Chloe Kim è tornata a fare ciò che sa fare meglio di tutti. E si avvicina a Milano Cortina 2026 con la voglia di primeggiare, ma anche una nuova prospettiva rispetto all’evento e ciò che lo circonda: «Più cerco di controllare e maggiori sono i problemi che arrivano, quindi lascio andare e mi focalizzo sull’unico obiettivo importante, che è tornare ad amare il mio sport e mostrare il mio valore», ha dichiarato a Harper’s Bazaar.
Reduce dal terzo titolo mondiale vinto a Engadina nel marzo della scorsa stagione, e dalle consuete vittorie in Coppa del Mondo, allo Snow Park di Livigno gli amanti dello snowboard potranno fregarsi le mani nell’ammirare il talento di Kim, grande favorita per centrare uno storico tris olimpico nell’half-pipe. Nonostante la lussazione alla spalla rimediato due settimane fa durante un allenamento a Laax, in Svizzera, che la costringerà a restare ai box fino a pochi giorni prima delle Olimpiadi (le sue gare inizieranno l’11 febbraio), Kim è stata regolarmente convocata da Team USA e sarà una delle principali attrazioni della rassegna a cinque cerchi.