Luciano Spalletti ha una personalità complicata. È un allenatore duro, permaloso, a volte semplicemente iracondo, è un uomo che non ha mai nascosto di avere degli spigoli caratteriali – su cui, anzi, molto è stato detto e persino romanzato. Essendo uno dei grandi protagonisti della Serie A da almeno 25 anni, abbiamo imparato a conoscere i suoi pregi e i suoi difetti, le sue idee geniali come delle fissazioni alquanto tenebrose. Per tutti questi motivi, quando il 30 ottobre 2025 è stato ufficializzato il suo arrivo alla Juventus, non si poteva rimanere indifferenti. Spalletti, reduce dal trauma emotivo con la Nazionale Italiana, aveva voglia di allenare e riscattarsi. Ma era davvero pronto a ripartire? Dovevamo già archiviare la sua esperienza all’Europeo, e poi nelle qualificazioni mondiali, come una specie di imprevisto?
Nelle prime settimane, quando la Juventus di Spalletti ha vissuto di prestazioni – e risultati – ondivaghi, è stato difficile rispondere a queste domande. Due vittorie entusiasmanti ma poco convincenti contro Cremonese e Bodo Glimt, intervallate da tre grigi pareggi contro Sporting, Torino e Fiorentina, avevano ulteriormente allontanato la Juventus dal vertice, con il picco negativo raggiunto dopo la sconfitta di Napoli: «Abbiamo fatto troppo poco per le nostre possibilità, continuiamo a essere timidi» aveva detto dopo la partita, persa 2-1, il tecnico bianconero.
Oggi, però, è ha senso inquadrare quel periodo come il momento in cui Spalletti ha messa a fuoco la sua Juventus. Nelle successive dieci partite, infatti, sono arrivati otto vittorie, un pareggio e una sconfitta – ed entrambi i risultati negativi, contro Lecce e Cagliari, possono essere considerati come degli episodi. Per uno scherzo del destino, la Juventus ha chiuso questo mini-ciclo ancora contro il Napoli, mostrando alla squadra campione d’Italia la crescita che ha vissuto e che sta vivendo. La squadra di Spalletti, infatti, adesso è un’altra cosa: gioca bene a calcio, ha coraggio da vendere e voglia di competere fino in fondo. Tre cose che nella Torino bianconera, tutte insieme, non si vedevano da parecchio tempo.
I passaggi in verticale di Manuel Locatelli, le scorribande centrali di Kephren Thuram, l’onnipresenza di Weston McKennie, la supremazia tecnica di Kenan Yildiz: attualmente funziona tutto, nella Juventus, anche quando il gioco – cioè l’avversario – si fa duro. Come aveva fatto già alla Roma nel gennaio del 2016 – l’ultima volta in cui aveva preso una panchina a stagione cominciata – e poi all’Inter nel 2017 e al Napoli nel 2021, Spalletti ha ereditato una squadra e un ambiente da rivitalizzare, alle prese con anni di insoddisfazioni. Tornato sulla panchina della Roma, Spalletti diede il cambio a Rudi Garcia alla ventesima giornata, ottenendo 46 punti nel girone di ritorno e poi bissando questo rendimento eccezionale nel campionato successivo, chiuso al secondo posto – dietro la Juve di Allegri – e con 87 punti. All’Inter, dopo anni di incertezza societaria e con la mesta stagione dei tre allenatori (De Boer-Pioli-Vecchi) alle spalle, Spalletti centrò per due volte consecutive la qualificazione alla Champions League. Un obiettivo che mancava da sette anni. Infine, a Napoli ha realizzato il vero capolavoro della sua carriera, gestendo un delicato periodo di rifondazione della rosa, e condendo il tutto con la vittoria di un insperato scudetto nel 2023.
In tutti questi contesti, Spalletti ha potuto lavorare giorno dopo giorno nella testa dei suoi calciatori, instaurando un legame profondissimo con molti di loro, offrendo soluzioni calcistiche sempre nuove. È, forse, uno dei motivi per cui in Nazionale le cose non hanno funzionato: la mancanza del lavoro quotidiano, l’impossibilità di creare una connessione calcistica, psicologica ed emotiva – in quest’ordine – con i giocatori. «Ho sbagliato», ha detto Spalletti al Festival dello Sport di Trento, qualche mese fa. «Li ho intasati tra cose dette e richieste. Probabilmente gli sono entrato troppo negli ingranaggi e questo non ha fatto bene».
Arrivato alla Juve, invece, Spalletti è tornato a essere Spalletti. Ad allenare come gli riesce meglio, cioè vedendo e sentendo i calciatori giorno dopo giorno. Non è una differenza banale. Per un allenatore metodico come lui, che è sempre attentissimo ai cambiamenti del calcio moderno, è essenziale avere tempo a disposizione per trasmettere le proprie idee ai calciatori. Non solo: in tutte le squadre in cui è andato – qui va citata anche la Champions League conquistata con l’Udinese – Spalletti ha trovato il modo di prendere le ambizioni del club e stravolgerle verso l’alto.
È come se fossero due vasi comunicanti: la sua capacità di incidere sul campo alimenta l’autostima della squadra, che così offre prestazioni di un livello superiore. E, di conseguenza, raggiunge risultati insperati. È successo, fin qui, anche alla Juventus. Che prima di Spalletti sembrava scendere in campo con un complesso di inferiorità sulle spalle. Il lavoro sulla tecnica, ma soprattutto emotivo e psicologico, che Spalletti ha compiuto in questi tre mesi scarsi è davvero notevole: ha reso la squadra più convinta, e quindi convincente. Ora la Juventus trasmette un senso di identità corale che le permettono di compensare i problemi strutturali.
Certo, anche la buona qualità della rosa bianconera ha facilitato il lavoro di Spalletti. Potendo contare su una base di giocatori di talento, ma a cui serviva la mano di un allenatore esperto e brillante, il tecnico bianconero ha dato una linfa nuova a tanti. Prendiamo gli esempi di Lloyd Kelly, forse il difensore più in forma della Juve in questa fase, o Weston McKennie, la cui duttilità è diventata ormai una vera e propria arma tattica. Il nuovo allenatore ha saputo toccare i nervi scoperti della squadra, riuscendo a migliorare in pochi mesi i calciatori anche sotto il punto di vista mentale. Con i suoi metodi/modi talvolta fuori dagli chemi, come in occasione dello schiaffetto a Lois Openda, Spalletti ha trovato il modo di alzare il livello di tutta la Juventus. È stato proprio lui a parlare chiaramente di una questione mentale finalmente risolta: «Le vittorie sono tutte importanti, valgono sempre tre punti. Questa contro il Napoli è importante per la consapevolezza che può darci su quello che facciamo e sui calciatori abbiamo».
Fin dai primi giorni, Spalletti ha battuto sul tasto dell’emotività e della fiducia in se stessi: «La nostra ambizione deve essere lottare per lo scudetto», aveva dichiarato nella prima conferenza da allenatore della Juventus. Il momento era delicato – la squadra bianconera veniva da tre sconfitte consecutive, in campionato non segnava da un mese – eppure Spalletti aveva già capito dove risiedeva la fragilità della squadra: nella testa, soprattutto. In questo senso, uno dei giocatori che più hanno beneficiato della “cura Spalletti” è senza dubbio Manuel Locatelli, che lo stesso Spalletti non aveva convocato all’Europeo del 2024. E che, recentemente, ha confermato come la squadra «sta crescendo» e che lui in primis aveva bisogno di «entrare in questa nuova identità». Poi ha parlato del feeling con Spalletti: «Siamo felici di ciò che si è creato con l’allenatore»
Certo, non sempre Spalletti ha usato solo e soltanto le idee di campo: a volte ha punzecchiato i suoi giocatori, quasi come se volesse provocare delle scosse di assestamento. Con Jonathan David, per esempio, si è instaurato un rapporto odi et amo: all’inizio Spalletti gli aveva preferito Vlahovic e Openda – «Il posto in squadra va guadagnato, io non regalo niente», aveva detto il tecnico – ed è servito un po’ per rendere il canadese un centravanti credibile per la Juventus.
La Juventus di Spalletti ha scalato le marce con il passare del tempo, passando dall’anemia del derby contro il Torino a prestazioni leggere e divertenti, come le vittorie esterne contro Bologna e Sassuolo. Come detto il merito va ascritto anche alle qualità dei singoli, ma è proprio sulla valorizzazione del talento che Spalletti ha forgiato la sua carriera. In questo senso Yildiz è già diventato il simbolo del nuovo corso, evidentemente esaltato dal calcio eccitante predicato e proposto dal nuovo allenatore, è già a quota nove gol e otto 8 assist in questa stagione. Non è un caso che Spalletti se lo coccoli con gioia, dopo averlo messo al centro di tutto: «Kenan è un alieno. Non rientra mai nella normalità, rimane un extraterrestre».
Ora il calendario della Juve si farà progressivamente più difficile, ma i segnali che arrivano dalle prestazioni delle ultime settimane non sono positivi, di più. Come gli è successo altre volte in carriera, Spalletti ha impiegato poco tempo per fare la differenza. Ha preso una Juventus sbiadita, che divertiva e si divertiva solo raramente, e l’ha resa bella e solida rimanendo fedele al suo modo di allenare. Insomma, anche se il 7 marzo compirà 67 anni e la delusione dell’avventura in Nazionale lo ha attanagliato per mesi – portandolo a rimuginare anche più del dovuto – Luciano Spalletti è ancora uno dei migliori allenatori in assoluto, un instancabile ideologo di campo che sa entrare benissimo nella testa dei suoi calciatori. E gli cambia la vita in meglio.