Sono un giocatore del popolo e voglio ancora sentirmi importante in campo: intervista al Papu Gómez

Il Padova ha accolto uno dei giocatori più amati degli ultimi anni. Che ha raccontato il ritorno dopo la squalifica, il suo rapporto con Gasperini, con l'Atalanta e con Ilicic, cosa si prova a vincere un Mondiale, la sua voglia di essere ancora protagonista.
di Emanuele Giulianelli 30 Gennaio 2026 alle 12:10
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Un campione del mondo in Serie B non è cosa da tutti i giorni, specialmente se il nome sulla maglia è quello di Alejandro “Papu” Gomez. Ma attenzione a non fare l’errore di considerarlo solo un personaggio, solo un nome noto e simpatico per far parlare del Padova sui media. Dopo la lunga e sofferta squalifica, infatti, il funambolo argentino ha scelto di ripartire dai biancoscudati e dalla cadetteria con una missione chiara. Lontano da video virali e balletti, il Papu vuole dimostrare di essere ancora, e soprattutto, un calciatore. Non una guida, non un esempio, ma un giocatore in grado di trascinare il Padova verso la Serie A, rimettendosi in gioco. In questa conversazione senza filtri, il Papu si racconta a cuore aperto: dai trionfi in Qatar al legame viscerale con l’Atalanta, passando per Gasperini e Ilicic, fino alla voglia matta di rimettersi in gioco.

Partiamo dalla tua nuova esperienza a Padova. Com’è nata l’idea di ripartire dalla Serie B dopo un momento così difficile?
La mia idea era restare vicino, in Italia o in Spagna, perché sapevo che per la mia esperienza avrei avuto più chance qui. Volevo trovare una squadra velocemente per mettermi subito a disposizione. Ho avuto offerte dall’estero che non mi convincevano, mentre Mirabelli mi ha convinto subito: mi voleva davvero, non per fare un favore al mio procuratore o perché sono “il Papu”. Ci siamo messi d’accordo dopo due o tre colloqui.
Cosa ha significato tornare finalmente in campo dopo la squalifica? Che emozioni hai provato?
Il ritorno in campo è stato molto sofferto. Dovevo rientrare il 22 ottobre e mi stavo allenando da due mesi con la squadra, stando alla grande, ma una settimana prima mi sono strappato il quadricipite. Sono rimasto quasi 40 giorni fermo e alla fine sono rientrato col Venezia. È stata una sofferenza perché faceva molto freddo e, dopo i primi palloni, la cicatrice dell’infortunio si è indurita. Avevo molta paura di farmi male di nuovo; non mi sono goduto per niente l’esordio.

Quali sono le tue prospettive personali a Padova e quali quelle della squadra?
Al direttore ho detto subito che voglio giocare e divertirmi. Non sono venuto a fare passeggiate o solo per stare in panchina ad aiutare i giovani: voglio sentirmi importante in campo. C’è un progetto per provare a portare il Padova in Serie A entro due anni, e la mia aspirazione è quella.
Come hai vissuto il periodo lontano dal calcio giocato? Hai mai pensato di mollare?
È stato difficile. Ti ritrovi con tanto tempo libero e senza l’adrenalina della domenica. Da un giorno all’altro ti tolgono tutto e ti senti vuoto. Il primo anno è stato durissimo perché vedevo i due anni di squalifica troppo lontani. Sinceramente, però, non ho mai pensato di mollare: volevo finire dentro al campo, alle mie condizioni. Mi sono allontanato un po’ dalle notizie per non arrivare a odiare il calcio e per ritrovare la forza di riabbracciarlo.

Il mondo del calcio ti è rimasto vicino in quel periodo?
Diciamo di sì e no. In queste situazioni il telefono squilla di meno, però alcune persone mi hanno sorpreso restando sempre vicine. Altri sono spariti, ma non porto rancore verso nessuno.
Parliamo di tattica. Come spieghi la tua evoluzione da laterale a trequartista e seconda punta?
Da piccolino ero sempre un trequartista, poi in Sudamerica è andato di moda il 4-4-2 e mi hanno spostato sulla fascia o come seconda punta. Mi sono sempre adattato. In Italia, Giampaolo è stato un maestro tattico e mi metteva esterno d’attacco. La grande evoluzione è stata con Gasperini, che prima mi ha messo punta sinistra e poi di nuovo sulla trequarti come ai vecchi tempi, rendendomi un giocatore più completo.

Che giudizio dai, oggi, al tuo rapporto con Gasperini?
In cinque anni insieme c’è stato solo un mese brutto, quindi la bilancia è positiva. Ci siamo aiutati a vicenda, ma forse il tempo era scaduto e abbiamo deciso di separarci. Potevo restare all’Atalanta dove ero capitano e guadagnavo bene, ma ho fatto una scelta coraggiosa uscendo dalla mia zona di comfort. Per me Gasperini era come un padre e resta l’allenatore più forte di tutti.
E l’Atalanta? Cosa rappresenta per te?
È stata la mia vita. Siamo arrivati che lottavamo per la salvezza e l’abbiamo portata in Champions League a lottare per lo scudetto. Abbiamo fatto la storia e per me quella maglia è una seconda pelle. Vedo dura vincere lo scudetto senza Gasperini, perché rimettersi in gioco dopo tanti anni con lui non è facile, ma l’Atalanta rimarrà nei primi posti.

Che ricordo hai della vittoria della Coppa del Mondo? Cosa si prova a tirar su quel trofeo?
Un’esperienza unica, soprattutto perché quello argentino è un popolo che respira e vive di calcio. Vincere lì significa far felici 50 milioni di persone per tanto tempo. È un popolo che soffre, economicamente non sta bene: è stato straordinario. Abbiamo vinto dopo la morte di Maradona, non vincevamo da 25 anni. Si è creato un gruppo straordinario, guidato da Leo Messi. Una volta toccata la cima è difficile trovare nuove motivazioni, ma l’Argentina ha un futuro promettente.
Secondo te, perché sei diventato un personaggio così noto? Tutti sanno chi è il Papu Gomez!
Mi sento un giocatore del popolo, per quello che mi dimostra la gente per strada. Ho sempre cercato di dare il massimo, rispettando compagni, avversari e maglie, cercando di essere un esempio di umiltà e onestà per i ragazzini. La gente lo apprezza e questo è il premio più grande.

Come hai vissuto il periodo della depressione di Ilicic?
È stato difficile perché Josip a volte non era presente mentalmente durante la giornata. È un ragazzo molto sensibile e il Covid gli ha cambiato la vita. Sono felice che ora stia bene e sia tornato a giocare nella sua città.
Come immagini la fine della tua carriera?
Questi due anni fermo mi hanno fatto capire cosa significa smettere. Smettere è difficile perché per 20 o 30 anni fai sempre la stessa cosa ogni giorno. Non so cosa farò, non mi vedo come allenatore; forse sparirò dal mondo del calcio o forse no, ma ora voglio solo godermi questi ultimi anni.

Chi vedi come favorita per i prossimi mondiali?
Dico Argentina, Spagna, Francia e Portogallo. Bisogna stare attenti anche alla Germania e alle africane come Marocco e Senegal.
Cosa pensi della Nazionale italiana? Oltretutto una decina di anni fa avresti potuto indossare la maglia azzurra.
Sì, è vero. È un peccato, un peccato che da tanti anni la Nazionale non stia facendo bene. L’ultima generazione d’oro, quella dei grandi talenti e dei grandi calciatori italiani, è finita forse nel 2010. Poi, col tempo, è vero che hanno vinto l’Europeo, però non vedo bene la situazione e non sono ottimista neanche per il futuro, perché non vedo grandi talenti. Secondo me bisognerebbe ricostruire tutto il sistema, partendo dal basso fino alla Serie A. I giocatori ci sarebbero anche, si vedono in Serie B, in Serie C e anche in Serie A, ma il problema è sempre lo stesso: non li fanno giocare. Di conseguenza sono costretti ad andare altrove, in altri Paesi, e alla fine si perdono. Vanno a “farsi le ossa” in Serie C, poi tornano a 23 o 24 anni e non servono più. È dura così.

Foto di Davide Boggian e Nicolo Rilli
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