La risposta ce l’ha Diego Pablo Simeone stesso. «Come trasformare i fischi in applausi? Vincendo il campionato», ha detto l’allenatore argentino in conferenza stampa, al termine una settimana decisamente complicata. «La gente vuole i trofei: i tifosi che vanno allo stadio hanno bisogno di vedere una squadra con le carte in regola per conquistarli, e se invece non la vedono ecco che arrivano questi comprensibili fischi». Scroscianti anche contro il Bodo Glimt, nel deludente mercoledì di Champions che ha visto i Colchoneros sprofondare al Wanda Metropolitano per 1-2, nonostante un netto ma inconcludente dominio territoriale. Quando poi al 78esimo, sotto nel punteggio, Simeone ha deciso di sostituire Pablo Barrios – un centrocampista offensivo – per inserire Robin Le Normand – un difensore centrale – ecco che il pubblico ha iniziato a protestare sonoramente.
«Non sono stupido», ribatte il Cholo alla vigilia del match di campionato contro il Levante. «Pablo è molto importante per noi. Giocando ogni tre giorni e non avendo un altro calciatore con le sue caratteristiche in rosa, cerchiamo di proteggerlo in modo che possa giocare in ogni partita». Fatto sta che però in questo modo l’Atlético ha chiuso il girone unico di Champions League col piede storto – anche se, col senno di poi, sarebbe servito battere il Bodo con larghissimo scarto per evitare i playoff – e ora dovrà vedersela contro il Brugge in due partite supplementari che avrebbe evitato volentieri. Mentre in Liga, nonostante l’ambizione dell’allenatore, i punti da recuperare dal Barça capolista sono già otto. Non un’impresa impossibile, ma la sensazione diffusa è che manchino le premesse giuste.
E forse qualcosa si è incrinato davvero, ben più della singola stagione sottotono. Perché ormai sono passati quasi cinque anni dall’ultimo titolo festeggiato dall’Atlético, la Liga 2020/21. E nella stagione in corso, se tre indizi sono una prova, i fischi contro i Colchoneros e Simeone sono diventati un leitmotiv quasi abituale: erano piovuti anche un paio di settimane fa, dopo una faticosa vittoria casalinga contro l’Alavés – con Koke e soci arroccati nella propria area a difesa dell’1-0. «A volte si è più energici, altre meno: bisogna saperlo accettare», aveva spiegato Simeone in quell’occasione, chiedendo ai tifosi di stare più vicini alla squadra. Ma che la soglia di tollerenza sia decisamente lontana dai bei tempi lo dimostra il fatto che le prime proteste si erano palesate già ad agosto. «Il pubblico ha ragione, siamo nella stessa barca: anche noi siamo arrabbiati perché abbiamo fatto di tutto per vincere questa partita e non ci siamo riusciti», il commento dell’allenatore dopo l’1-1 contro l’Elche alla seconda giornata – e anche allora, dagli spalti, giù i fischi.
Il fatto è che un quindicennio di gestione tecnica, in termini calcistici, rappresenta un’era geologica. Praticamente un unicum, rispetto agli standard moderni. E in tutto questo tempo Simeone ha incarnato uno spirito, una porzione di città, un modo di stare in campo senza pari al mondo – pregi e difetti inclusi, ma di Cholismo ce n’è uno. A lungo l’innamoramento club-comunità-allenatore è stato totale, reciproco. Oggi è difficile dirlo: l’astinenza da trofei senz’altro ha un peso, ma è anche l’estetica di questa squadra a farsi sempre più prevedibile. Fino al cambio difensivista che decisamente non aiuta a riaccendere gli animi. Tutto ciò è fisiologico, ma Diego Pablo non demorde. E, come detto, anche stavolta ha la risposta pronta.