Questione di fisica, alchimia e assetti strategici. Uno scontro di corpi e di intelletti, affidati a pietre di granito – le stone da gara – pesanti quasi 20 chili. Con la complicità di una scopa che sin da Torino 2006, quando la disciplina sfondò nelle nostre televisioni, ha dato dignità olimpica alle pulizie casalinghe – o almeno così è parso agli spettatori meno esperti, e non meno euforici. Il curling però non solo resta uno sport magnifico, fatto di calma, precisione, e scontri decisi all’ultimo centimetro. Ma ogni quattro anni torna puntualmente di moda, con l’Italia contagiata per due settimane dal suo andamento adrenalinico e dalla sua estetica – questo sì, dalle spazzate ai docili accostamenti – senza altri paragoni agonistici.
Sta succedendo di nuovo a Milano Cortina 2026, e non poteva essere altrimenti: Olimpiadi Invernali in casa, gare in scena al Palaghiaccio fiammante nella Perla delle Dolomiti e un Team Italia altamente competitivo. Stefania Constantini e Amos Mosaner, campioni olimpici e mondiali in carica nel doppio misto, sono il volto affermato del movimento e stanno inseguendo un nuovo podio: a detta loro si tratta «dell’edizione con più qualità di sempre». E tra oggi e domani, tra semifinali e finali, si giocheranno la conquista di una medaglia. Non sarà facile – e le tre sconfitte su nove nella fase a gironi lo dimostrano, dopo gli ultimi due tornei dominati con un clamoroso en plein –, ma che si alzi il livello medio dei partecipanti è un dato importante per lo stato di salute di uno sport tuttora di nicchia, anche se in ascesa. Seguiranno poi le gare del torneo maschile e femminile, dove per gli Azzurri si preannuncia ancora più dura. Ma se non ai Giochi, quando?
Ecco, ripensando a Constantini e Mosaner, fa specie che dell’oro olimpico se ne ricordino tutti mentre lo stesso traguardo ai Mondiali dell’anno scorso – con l’hype del conto alla rovescia verso Milano Cortina, tra l’altro – sia passato quasi sotto silenzio. Chiaramente non nell’ambiente, non per chi segue da vicino questa disciplina: il valore di prestigio di quella medaglia era stato altrettanto storico, perché mai l’Italia ne aveva vinta una nella storia della competizione. Eppure alla maggior parte del pubblico questa notizia non è arrivata – oppure è stata accolta con distrazione, delle due l’una. Succede un po’ a tutti quegli sport che per una ragione o per l’altra non smuovono le masse: durante la finestra olimpica chiunque esulta per la scherma, il judo o la ginnastica artistica. Al curling però succede un po’ di più. Per questo lasciare il segno durante questi Giochi, intercettando la passione durevole di tanti spettatori dal vivo, come mai era successo in Italia – l’obiettivo è anche coinvolgere le nuove generazioni, gli atleti del futuro – e rappresenta un’occasione da non perdere.
Dunque le immagini contano, ma il feeling deve scattare innanzitutto dalle sensazioni a contatto con l’attrezzatura. Dalle scarpe da curling, apposite per il ghiaccio, a quei dischi enormi che bocce non sono. «Il curling è come una partita a dama dove conta non solo la casella in cui collochi la tua pedina, ma il modo in cui ce la metti», aveva spiegato Constantini in quest’intervista al Corriere della Sera. «Quando molli la pietra le imprimi una velocità tra 3,7 e 4,2 metri al secondo. Dalla tua sensibilità nel variare di uno o due centimetri al secondo la spinta dipendono un titolo olimpico o mondiale o una sconfitta». Lo scopo del gioco infatti è mandare le pietre “a dama”, cioè al centro della pista, con più precisione rispetto a quelle dell’avversario: ciascuna squadra ha a disposizione otto lanci per otto round, chiamati end, al termine dei quali i punteggi accumulati determinano il risultato della partita. E come accennato, il più delle volte i singoli punti si giocano al centimetro, con continui colpi di scena. Soprattutto se il torneo è così livellato verso l’alto come in questi giorni.
Basta un’occhiata agli imprevedibili risultati della prima fase, un girone unico all’italiana fra dieci partecipanti: è successo che Svezia e Canada – quarta e quinta classificata, con gli americani beffati per l’accesso alle semifinali – dopo averci battuto sono scivolate contro il fanalino di coda Estonia, mentre il Regno Unito, imbattibile di partita in partita, ha concesso un passo falso soltanto alla più modesta Svizzera. Mentre la coppia australiana composta da Tahli Gill e Dean Hewitt, capolista dell’attuale ranking mondiale, non si era riuscita nemmeno a qualificarsi per Milano Cortina. «Quest’anno tutti o quasi possono arrivare a medaglia», diceva invece Amos, alla vigilia del torneo, alla Gazzetta dello Sport. «Dalle semifinali in poi, è 50-50 con tutti». E allora facciamo il tifo una volta di più, confidando che questa volta duri oltre l’irresistibile euforia olimpica.