Gli spettatori più attenti del pattinaggio artistico, martedì sera, potrebbero aver pensato a un’illusione ottica: a bordo pista compariva lo stesso volto, ma con giacche di nazionali diverse nel giro di pochi minuti. Ma non c’era nessun errore, né tantomeno era in corso una candid camera. Protagonista del curioso siparietto è proprio il tecnico e coreografo francese, tra le figure più richieste del circuito internazionale. Ai Giochi invernali di Milano-Cortina 2026, giusto per dare due numeri, Richaud segue ben 16 atleti, in rappresentanza di 13 Paesi. Una vera e propria sfida organizzativa ed emotiva, che lo ha portato a cambiare giacca, letteralmente, più volte nel corso della stessa serata.
Nel programma corto maschile erano sette gli atleti allenati da lui. Tuttavia, il sito ufficiale olimpico lo indicava come coach soltanto per quattro pattinatori: lo statunitense Max Naumov, secondo nell’ordine di partenza, e il canadese Stephen Gogolev, settimo, oltre ad altri due atleti. Ma a catturare l’attenzione delle telecamere sono stati soprattutto i passaggi ravvicinati tra il francese Adam Siao Him Fa e il georgiano Nika Egadze, esibitisi consecutivamente come 25esimo e 26esimo atleta in gara: per Richaud, inevitabile una rapidissima sostituzione della giacca. I risultati? Un po’ altalenanti, ma Siao Him Fa ha chiuso al terzo posto e resta pienamente in corsa per una medaglia nel libero di venerdì.
Non è la prima volta che il coach si trova sotto i riflettori per il suo “trasformismo”. Già durante la gara a squadre di domenica era stato immortalato sugli spalti con la giacca della Georgia per sostenere Egadze, salvo poi riapparire meno di un quarto d’ora dopo con i colori del Canada per Gogolev. «È tutta una questione di organizzazione, bisogna essere rapidi», ha spiegato Richaud al podcast della BBC More Than the Score. «Dal punto di vista emotivo è molto impegnativo. Se tutto va bene ed eseguono tutti una buona prova, è facile. Ma se uno pattina male e subito dopo un altro va benissimo, il picco emotivo è difficile da gestire. Quando sei con un tuo atleta, con la testa sei totalmente con lui».
La logistica è complessa quanto la gestione delle emozioni. «Di solito metto tutto nello spogliatoio dell’atleta. Non sempre sarebbe consentito, ma mi permettono di lasciare qualcosa. Altrimenti c’è il team leader o il manager della nazionale che tiene le giacche e me le passa al momento giusto» ha raccontato. Abituato a vestire quasi esclusivamente di nero, Richaud è diventato, suo malgrado, il simbolo della globalizzazione del pattinaggio artistico: un solo allenatore, tante bandiere. E un guardaroba olimpico sempre pronto all’uso.