Arrivi a fine pista, vinci il tuo secondo oro in olimpico in quattro giorni. Al traguardo, due tue colleghe si avvinano a te si chinano a terra. Non semplici complimenti da avversarie lealmente battute, ma un messaggio ben chiaro: “Sei la nostra campionessa”. Per chi non fosse solito guardare una gara di sci: non è un gesto frequente, ma le circostanze lo spiegano benissimo. Anche noi, semplici spettatori, ci metteremo un po’ a metabolizzare cos’è successo sull’Olympia delle Tofane, la pista che lancia Federica Brignone nella leggenda dello sport mondiale.
La storia ormai è cosa nota. L’infortunio tremendo di aprile, l’incubo della riabilitazione, la prima volta sugli sci in autunno inoltrato e la prima gara dopo metà gennaio, con i Giochi di Milano Cortina alle porte. I dubbi, le voci di un qualche dolore che l’avrebbe addirittura messa fuori dai giochi nel super-G, appena qualche giorno prima di vincerlo. Poteva chiudersi qua una storia già bellissima, commovente e istruttiva anche per chi non vive di sport. Non bastava, sicuramente, a una parte di Brignone, che con un solo slalom gigante alle spalle qualche chilometro più a nord, a Plan de Corones.
Se non è da tutti rompersi tibia, perone e legamento crociato, ancora più raro è lanciarsi in pista con la stessa spensieratezza di una ragazzina che non si è mai fatta nemmeno un graffio. Lo aveva già fatto a Moena, in quel maledetto 3 aprile. In tanti, dopo l’infortunio, le hanno chiesto come mai, da vincitrice della Coppa del Mondo, abbia deciso di presentarsi a primavera già iniziata in una gara dei Campionati Italiani. “Se non avessi partecipato che campionati italiani sarebbero stati?”, la risposta senza indugi di Brignone. Mentalità da campionessa, che in una prestazione fa la differenza più di cento allenamenti in pista.
Poi ci sono i numeri, che però oggi stanno in secondo piano. Non sono le due medaglie d’oro in una singola edizione dei Giochi, come fatto in Italia soltanto da Alberto Tomba a Calgary 1988. Non è il ventesimo podio azzurro a Milano Cortina, che permette di eguagliare il primato di Lillehammer 1994. Non è l’aver arricchito un palmares che già conta affermazioni in ogni specialità o competizione. È l’aver lavorato mesi, mesi e ancora mesi senza sapere se tutto questo avrebbe portato a qualcosa.
Quando si è rimessa in piedi, Federica non sapeva se sarebbe arrivata a Milano Cortina, non sapeva se avrebbe potuto terminare anche una sola gara, o se avrebbe addirittura potuto lottare per una medaglia. Non lo sapeva, Federica, nemmeno il giorno in cui ha iniziato di nuovo a sciare, e non lo sapeva quando ha disputato la sua prima gara dopo nove mesi di inferno. Quello che è successo dopo, è una storia da raccontare a tutti quelli che, il 15 febbraio 2026, non hanno assistito a una delle imprese più emozionanti di sempre. Una storia che, per ora, non trova senso, e l’inchino spontaneo di due sciatrici di fronte a una bicampionessa olimpica ce lo dimostra