Che il biathlon italiano avesse frecce importanti al suo arco, beh, lo si era capito da tempo. Già 12 anni fa, a Sochi 2014, i colori azzurri tornavano a medaglia dopo un lungo digiuno. E da allora non si sono più fermati. Prima due bronzi in staffetta, poi i due degli altoatesini Wierer e Windisch. Fino a Milano Cortina 2026, l’Olimpiade della maturità per il movimento italiano di uno degli sport più appassionanti del panorama invernale. Ma si sa, quando arrivi da favorito al grande appuntamento, gli imprevisti sono dietro l’angolo. E così, dopo l’argento nella prova a squadre che ha aperto le due settimane di gare, la pressione si è fatta sentire sui singoli, con qualche risultato al di sotto delle aspettative. Fino a che non è arrivata Lisa Vittozzi.
L’oro nell’inseguimento di Anterselva è il trionfo di un’atleta che ha attraversato momenti di luce e di buio, che ha saputo rialzarsi non una, ma due volte quando buona parte delle persone avrebbero mollato. Capace di salire ai massimi livelli della disciplina fin da giovane, nel periodo della pandemia la biatleta friulana ha passato il primo periodo di difficoltà a livello psicologico, più che tecnico. In uno sport come il suo, dove devi centrare bersagli da 50 metri dopo aver sciato per svariati chilometri, la mancanza di fiducia si fa sentire. Quello che è successo a Vittozzi capita a tanti suoi colleghi e colleghe. La differenza sta nel riuscire a superare i momenti di difficoltà e tornare ai vertici, come ha fatto Lisa qualche anno dopo, quando è riuscita a vincere la Coppa del Mondo mettendosi alle spalle anni complicatissimi.
La vita, però, aveva in serbo altre difficoltà per la biatleta classe ’95, che subito dopo aver vinto uno dei titoli più ambiti nel biathlon, si è trovata a dover fare i conti con problemi alla schiena che l’hanno bloccata per una stagione intera. Detto in parole povere: a fine 2024 è incappata in guai fisici che hanno messo in dubbio, a poco più di un anno dall’inizio, la sua partecipazione ai Giochi di Milano Cortina 2026. Detto a parole sembra tutto molto semplice, ma fermarsi un anno intero non è uno scherzo per chi è chiamato a percorrere dieci chilometri sugli sci e, contemporaneamente, tenere battito cardiaco e respirazione regolari per poter sparare verso bersagli lontani quando una porta da calcio lo è dalla metà campo.
Pochi mesi fa, Vittozzi si è presentata in gara senza certezze, tornando a vincere a metà dicembre nell’inseguimento di Hochfilzen. Due mesi dopo, ha di nuovo piazzato la zampata nello stesso format di gara, recuperando le posizioni perse il giorno prima nella sprint (è partita quinta, con un ritardo importante sulle avversarie davanti a lei). «Sicuramente l’anno scorso è stato difficile», ha detto dopo la gara, senza riuscire a trattenere le lacrime. Ho tirato fuori la grinta che ho, per essere qui e per sognare in grande. Sono riuscita a tirare fuori tutto quello che avevo, non ho mai smesso di crederci, e ora sono felice».
Ma la vittoria di Vittozzi è anche il ruggito di un movimento, quello del biathlon, che nelle rassegne olimpiche ha sempre raccolto un po’ meno di quello che avrebbe meritato. Soprattutto se pensiamo che i risultati degli ultimi anni sono arrivati tenendo testa a squadre come Norvegia, Francia, Germania e Svezia, espressione di Paesi in cui la disciplina che unisce fondo e carabina è tra gli sport nazionali, e raccoglie milioni di spettatori alla tv durante tutto l’inverno. Il biathlon italiano, invece, si appoggia su poche strutture, raccolte in ancora meno località. Basti pensare che Anterselva, dove si svolgono le gare olimpiche del biathlon, ha dato i natali sia a Dorothea Wierer che a Dominik Windisch, gli ultimi due a portare a casa una medaglia individuale prima di Vittozzi. Eppure, il movimento italiano risponde ancora una volta presente in pista. E le gare non sono ancora finite.