Stando a molti commentatori, il fischio finale dell’arbitro di Inter-Bodo Glimt aveva sancito la morte definitiva del calcio italiano. Era apocalittico, quindi inaccettabile, che la squadra che sta dominando la Serie A potesse essere eliminata da una squadra norvegese – squadra che tra l’altro non ha neanche vinto l’ultima edizione del suo campionato nazionale. Ovviamente questa visione delle cose ha un fondo di verità, nel senso che la (doppia) sconfitta dei nerazzurri deve necessariamente essere vissuta per quella che è: una delusione bella grossa, inattesa sia nelle proporzioni del punteggio che per il modo in cui si sono svolte le due gare di playoff. Proprio il caso del Bodo, però, deve (dovrebbe) accendere i riflettori su un altro lato della questione: quello per cui è del tutto fuorviante pensare a un club come espressione di un “movimento”. Perché, molto banalmente, il campionato norvegese non esprime nessun’altra squadra in grado di portare dei risultati anche solo avvicinabili a quelli del Bodo. E perché, altrettanto banalmente, l’ultima lista dei convocati stilata dal ct della Norvegia, Stale Solbakken, c’erano solo due calciatori che militano nel Bodo (Bjorkan e Berg).
Insomma, per dirla in una frase: il Bodo è una clamorosa eccezione, è un caso quasi completamente slegato dal “modello norvegese”. E lo stesso discorso vale per l’Inter con il “movimento italiano”. A dimostrarlo ci sarebbero le due finali di Champions giocate dai nerazzurri tra il 2023 e il 2025 – nonostante la Serie A faccia schifo, si potrebbe dire. E se quei risultati vi sembrano già troppo lontani nel tempo, beh, allora basterebbe guardare alla buonissima partita giocata dalla Juve contro il Galatasaray e alla grande impresa compiuta dall’Atalanta contro il Borussia Dortmund. Nel senso: se appena sette giorni fa le squadre di Spalletti e di Palladino avevano perso i loro match d’andata perché il calcio italiano è morto e la Serie A fa schifo, perché poi quelle stesse squadre sono sono riuscite a fare quello che hanno fatto nelle gare di ritorno? Cos’è successo, nel frattempo, alla Serie A? Ha ricominciato a essere un campionato top?
La verità, quindi, è che ogni partita e ogni percorso nelle coppe e ogni stagione sono una storia a sé. Una storia che riguarda i singoli club, e che restituisce il valore di una lega solo di riflesso, solo per accumulo. Anzi, volendo fare i puntigliosi: chi accetta e ammette solo le verità incontestabili, quelle dei numeri e dei risultati, potrebbe consultare il Ranking UEFA. Dove c’è scritto, in modo chiaro e tondo, che la Serie A è la seconda lega d’Europa per risultati medi negli ultimi cinque anni. Con distacchi significativi, per di più, sulla Liga, sulla Bundesliga e sulla Ligue 1. In testa, naturalmente, c’è l’irraggiungibile Premier League.
Ecco, in questo punto qui c’è il bug di sistema. La percezione per cui il valore della Serie A – e quindi del calcio italiano – sia molto più basso rispetto a quello degli altri tornei europei è legata al fatto che in Liga, Bundesliga, Ligue 1 e (soprattutto) Premier League ci siano alcuni club con ricavi notevolmente superiori a quelli di tutte le società di Serie A, e che quindi hanno rose più ampie, più complete, più forti. Stiamo parlando di Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco, PSG e delle big inglesi, vale a dire i club che si sono spartiti le ultime 15 edizioni della Champions League. Non è un caso, non può esserlo, che l’ultima squadra in grado di rompere questo oligopolio sia stata proprio l’Inter (nella stagione 2009/10).
E allora, mettendo insieme tutti i tasselli, viene fuori un quadro/mosaico abbastanza chiaro: l’unico reale “movimento” che esiste in questo momento storico è quello della Premier League, un campionato fuori scala che piazza sei società nella prime dieci posizioni della Deloitte Football Money League 2026, più altre tre nelle posizioni 10-20. Per il resto, poi, ci sono altre quattro squadre (Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco e PSG) che sono iscritte a un campionato a parte, che al momento sono irraggiungibili per tutte quelle di Serie A. Da parte loro, ora come ora, i nostri club appartengono a una sotto-élite decisamente più affollata, da cui vengono fuori degli scontri diretti sono molto livellati e quindi incerti, praticamente da tripla – esattamente come le sfide di Champions tra Inter e Bodo, tra Juve e Galatasaray, tra Atalanta e Borussia Dortmund.
Non a caso, viene infine da dire, nelle ultimissime edizioni di Europa e Conference League diverse squadre italiane hanno fatto degli ottimi percorsi – la Roma e l’Atalanta hanno vinto i due trofei, la stessa Roma e la Fiorentina hanno raggiunto la finale – e anche quest’anno sono ancora tutte in lizza. In Champions le cose sono diverse, ci sono i top club veri e poi ci sono tantissime squadre di ottimo livello. Sì, sono di ottimo livello anche se si chiamano Bodo/Glimt e Galatasaray. Anche se giocano nel campionato norvegese e in quello turco. E il nocciolo della situazione è esattamente questo: come non esiste più il “calcio italiano”, non esistono più neanche il “calcio norvegese” o il “calcio turco”. Ciò che esiste è il calcio europeo, un calcio che ha regole e codici e rapporti di forza molto diversi rispetto al passato. Sarebbe ora di studiarli e di capirli, prima di sparare sentenze apocalittiche, assolute, definitive.