II battesimo atalantino ci raggiunge quando abbiamo lasciato la stazione di Bergamo da pochi minuti. Camminiamo lungo una strada sfiorati dalle macchine, sullo sfondo la Città Alta ci osserva sdraiata su una collina. Capiamo di essere finiti a Boccaleone quando la facciona di Gian Piero Gasperini, immortalata sulla parete dei Magazzini Generali, ci squadra dalla testa ai piedi. Accanto a lui ci sono Zapata, Ilicic e il Papu Gómez. I suoi figliocci. Gasp ci scruta, come se volesse avvisarci: state entrando nella mia città. Nel salotto della Dea lui viene ancora trattato come un dio. Anche se ormai quei momenti appartengono alla storia. Ora è il turno di Raffaele Palladino, e dal momento del suo arrivo le cose hanno ricominciato ad andare bene.
È domenica mattina, la città si sta svegliando e noi decidiamo di camminare verso il centro. Sarà l’odore del sugo che dalle finestre corre per le strade e il fatto di essere nella tana dei casoncelli, comunque sia ci viene una gran voglia di fermarci al primo pastificio che troviamo sul nostro percorso. È chiuso, ma a pochi metri notiamo un bar aperto: vada per il caffè, intanto. Quindi entriamo. Al bancone Luca ha un rotondo accento bergamasco. Ha le maglie dell’Atalanta su tutte le pareti, una copia in miniatura dell’Europa League sopra lo scaffale del lavandino. Quando si accorge che la stiamo guardando non perde l’attimo: «Questa la riempiamo di Campari col bianco», dice ridendo. «Stamattina alle otto ne avevo già preparati cinque», ribatte. Un signore che legge la Gazzetta ci spiega che a Bergamo è chiamata la bicicletta, una tradizione tramandata dai nonni. È la benzina dei tifosi, il modo perfetto per iniziare la giornata quando la Dea gioca in casa. Forse non è il più leggero, ma è sicuramente storico.
Luca ci offre il caffè e a una domanda sulla notte di Dublino che ha portato i bergamaschi sulla terrazza d’Europa sfodera un sorriso sornione: «Sto ancora godendo». Lo salutiamo, dato che la voglia di assaggiare i veri casoncelli si sta risvegliando dentro di noi. Così proviamo a chiamare una trattoria. Quando chiediamo un tavolo dall’altra parte del telefono la signora Giuliana ci frena in dialetto. Non capiamo, ma la frase che arriva dal telefono ha tutta l’aria di essere un cortese rifiuto. Proviamo a convincerla, d’altronde è domenica e una trattoria che si rispetti non chiude di domenica, no? «Come sarebbe a dire che siete chiusi?». La risposta è chiara: «Eh, siam chiusi sì caro: oggi gioca l’Atalanta. Passate, se volete. Vi posso far vedere il ristorante». Gasp ci aveva avvisato: l’Atalanta è una faccenda seria. E il lavoratore bergamasco, quello instancabile, trema soltanto davanti a una cosa: l’Atalanta, appunto.
Quindi ci incamminiamo. E una volta raggiunta la trattoria, l’appetito viene sovrastato dalla sensazione di essere entrati in un altro pianeta. Dietro la saracinesca alzata per metà, la signora Giuliana è seduta. Ha gli occhiali sul naso, un grande libro aperto su un tavolo di legno sul quale annota spese e coperti vari. Non è difficile riconoscere la seggiola: un trono ricoperto da adesivi dell’Atalanta. Nel ristorante però non c’è soltanto la Dea: ci sono bambole, piatti dipinti a mano, insegne d’epoca, cartelli di stazioni europee, maglie da calcio, disegni di Dario Fo. Poi le foto dei volti che si sono seduti sulle sedie che ci circondano: Lucio Dalla, Pippo Inzaghi (il preferito in assoluto da Giuliana), De Sica. E i giocatori dell’Atalanta, ovviamente.
Si sente l’odore della vita, quella passata in compagnia attorno a un tavolo. È un misto tra la casa piena di ammennicoli della nonna e un mercatino dell’antiquariato, dove la statua di Marilyn Monroe indossa la sciarpa dell’Atalanta. Perché va bene tutto, ma la Bergamasca Calcio è il tema principale. Giuliana è la nonna dei calciatori. Nella vita ha fatto qualsiasi cosa: finalista di Miss Italia nell’edizione del 1977, volto della pubblicità del primo CiccioBello lanciato in Italia, ha dipinto tazzine, ha vinto tornei di bocce. A bocce ha sfidato anche Gasperini, qualche anno fa. Proprio nel campo che costeggia la veranda del locale: «Avreste dovuto vedere quella scena, ci guardavano tutti dai terrazzi. Gian Piero è molto bravo a giocare. D’altronde dov’è nato lui, in Piemonte, hanno una bella tradizione bocciofila».
Alcune parole inciampano nel dialetto stretto mentre ci accompagna su e giù per il locale. È avvolta in un accappatoio per proteggersi dal freddo. Ovviamente è dell’Atalanta. I suoi ricordi sono interrotti soltanto dal trillo di un vecchio telefono vintage che giunge dal bancone. Squilla ogni cinque minuti. Tutta Bergamo compone il numero della trattoria. Ma c’è poco da fare: gioca l’Atalanta. Continui pure a squillare, dice Giuliana. Ci mostra il tavolo preferito dal Gasp, ci racconta che è andato a trovarla anche durante la sosta delle Nazionali. «Prenota sempre la moglie. E mangia quello che dico io», anche perché contraddire la Giuliana ci è sembrato impossibile. «Prima che lasciasse la squadra gli ho fatto una torta gigante con scritto “Non andare via”. Oh, io ci ho provato. Comunque gli ho detto che deve stare leggero. Anche se certe cose che assaggia da me a Roma “nun ce stanno!”».


Giuliana ha un amore sconfinato per l’Atalanta. Ha conosciuto la Dea quando aveva sei anni. Da lì è diventata la sua migliore amica, una colonna della sua vita. Gigi Delneri ha dormito nel suo ristorante, Inzaghi ancora oggi le ricorda che la pastasciutta che amava di più da giocatore era la sua. Tant’è che, ai tempi del Venezia, ha fermato il bus davanti alla trattoria per far mangiare tutti i suoi giocatori da Giuliana come premio dopo una vittoria contro l’AlbinoLeffe. L’energia di Giuliana ci avvolge. Rimaniamo nel suo piccolo regno per più di un’ora. «Non c’è fretta, tanto l’unico appuntamento è alle 18:00. E quando giochiamo in Champions League chiudo tutto e appendo un cartello: guasto idraulico». Tubi da rivedere, penseranno i passanti.
Ci viene il sospetto che qualcuno ormai abbia capito il trucchetto. Anche se considerando il valore dell’Atalanta nella vita dei cittadini, va bene così. Perché l’Europa League, certo, l’ha vinta la squadra di Gasperini. Ma su quel prato di Dublino c’erano tutti: Giuliana, Luca il barista che sta ancora godendo, l’ottico Gigi che ha il negozio tappezzato di maglie nerazzurre. Bergamo si è alzata in piedi, ha scombussolato l’Europa dopo gli anni in Serie C e in Serie B. È stata una liberazione di massa, una gioia collettiva pura di cittadini che hanno visto la morte scorrere lentamente per le strade durante la pandemia e hanno trovato la forza di ripartire.
È stato il trionfo del progetto Gasperini e la rivincita di una città. Ce lo ricorda Giuliana, che ancora non se ne capacita, poco prima di salutarla. E ce lo ricorda anche la statua che accoglie i tifosi alla New Balance Arena. Un colosso di marmo con la forma dell’Europa League. «Dedicata a chi l’ha sempre sognata e non ha potuto viverla», si legge sul piedistallo. Il simbolo della UEFA ha lasciato il posto al profilo della Dea. Perché intorno allo stadio, dove la modernità e la pietra storica della tribuna si intrecciano, la nostra percezione germoglia in un attimo, diventa una certezza: Bergamo e l’Atalanta vivono in simbiosi. I marciapiedi brulicano di un continuo viavai, ci sono tifosi di ogni età. Qualcuno ci racconta che i bergamaschi, la domenica, non vanno allo stadio: vanno all’Atalanta. Perché è un gesto simbolico, di estremo rispetto, di fede eterna. Qualcuno invece si emoziona ripensando alle partite vissute al fianco della Dea in Serie C. La società potrebbe fallire domani, eppure «sapreste dove trovarci», dicono con gli occhi pieni d’amore. E allora le strade si svuotano, il ronzio dell’elicottero si allontana e la curva comincia a cantare. Sono tutti attorno all’Atalanta.
Il parcheggio silenzioso sembra un nido di Vespe di ogni tipo, tutte portano almeno un adesivo della squadra. Noi decidiamo di farci una birra mentre ascoltiamo lo stadio commentare la partita. Poi ci ricordiamo di aver mancato l’appuntamento con la tradizione cittadina. Non possiamo perderlo. Quindi ci infiliamo nelle mura veneziane della Città Alta. Lì, nel cuore della storia medievale, incontriamo i casoncelli. Morbidi, saporiti, profumati alla salvia. Persino un cuore esigente e pragmatico come quello di Gasperini ne è rimasto affascinato. Tanto da restarci otto anni, a Bergamo. Niente da ridire. Anzi, un po’ lo capiamo.