La situazione del Tottenham è tragica, inutile girarci troppo intorno: gli Spurs hanno solo quattro punti di vantaggio rispetto al terzultimo posto. E neanche il cambio in panchina, con l’esonero di Thomas Frank e l’arrivo Igor Tudor, ha dato i risultati sperati: da quando è arrivato sulla panchina del club londinese, il tecnico croato non ha ancora vinto. Certo, il campione di partite, due, è ancora molto basso ma i sei gol subiti nei derby londinesi contro Fulham e Arsenal non lascia ben sperare. È come se da tempo la squadra fosse quasi inallenabile: nel nord di Londra si sono alternati super allenatori, da Mourinho, a Conte e Pochettino, ma nessuno è riuscito a vincere qualcosa – a parte Postecoglu, vincitore dell’Europa League 2025.
Il Tottenham è attraversato da un’enorme dicotomia: più cresce a livello amministrativo, dirigenziale e di brand, soprattutto grazie allo stadio nuovo inaugurato nel 2019 sulle ceneri dello storico White Hart Lane, più le cose vanno male sul campo. Per tutti i tifosi degli Spurs, deve essere straniante vedere un club ricco e fiorente che non riesce a tradurre in successi tutta la sua potenza economica e commerciale, specie nell’anno in cui gli odiati rivali dell’Arsenal sembrano poter davvero tornare a conquistare una Premier che manca loro dal 2004. In estate la dirigenza ha avviato l’ennesima rivoluzione. Complice anche l’addio del capitano Son Heung-Min, il progetto è stato affidato a un allenatore giovane ma già consolidato come Frank, molto bravo a lavorare con una rosa costruita guardando soprattutto al talento giovane. Eppure, dopo un inizio incoraggiante tra settembre e ottobre, il rendimento è calato e nemmeno la qualificazione diretta agli ottavi di Champions League ha salvato il manager danese dall’esonero.
A questo punto è inevitabile iniziare a pensare all’assurda, eppure concreta, eventualità della retrocessione. Una eventuale discesa in Championship comporterebbe conseguenze potenzialmente catastrofiche sia sul piano sportivo che su quello economico. Ma almeno, per quanto riguarda i costi della rosa, il club ha già previsto misure di tutela: secondo quanto rivelato da The Athletic, infatti, la maggior parte dei giocatori della prima squadra ha firmato contratti che prevedono una riduzione automatica dell’ingaggio. Nella maggioranza dei casi, gli stipendi verrebbero ridotti di circa il 50%. Questa clausola era stata inserita negli accordi sottoscritti prima che Daniel Levy lasciasse il ruolo di presidente esecutivo, lo scorso settembre, garantendo quindi al club una protezione finanziaria in caso di retrocessione. Probabilmente nessuno avrebbe pensato mai che sarebbe potuta tornare utile, e invece tra qualche settimana potrebbe aiutare a tenere in vita gli Spurs. Almeno dal punto di vista economico.