Per quanto riguarda il tennis, non ci sono dubbi, stiamo vivendo l’era degli allenatori-star i coach dei giocatori non erano mai stati così famosi, così influenti, così centrali nella narrazione del gioco. Eppure, eppure, c’è da registrare anche una tendenza che sembra andare in direzione opposta: ci sono un bel po’ di tennisti che hanno deciso di non farsi seguire più un allenatore. O, comunque, di non farsi seguire da un allenatore fisso. The Athletic ha raccolto un po’ di voci e di testimonianze in questo senso, ed è significativo che questo trend sia abbastanza trasversale, ovvero riguardi dei grandi campioni come dei giocatori d’élite, certo, ma abbastanza lontani dai vertici delle classifiche: si parte ovviamente da Novak Djokovic, si passa per Emma Raducanu – che già un anno fa aveva “ufficializzato” questa sua nuova scelta – e si arriva a tanti altri giocatori dal nome meno riconoscibile.
In ogni caso bisogna partire da un punto: il rapporto tra i tennisti e i loro allenatori è storicamente complicato, può durare poche settimane come moltissimi anni e si basa su dinamiche delicate, su una convivenza strettissima e serrata come sul silenzio – più o meno – che vige durante le partite. E allora forse l’idea di rinunciare a una figura così impattante comporta anche dei vantaggi. A dimostrarlo c’è la storia di Federer, che nel 2003 si separò dal suo primo coach ad altissimo livello – Peter Lundgren – e nella stagione successiva vinse tre titoli dello Slam. Anche Djokovic, come detto, ha alternato il lavoro con dei coach molto celebri – Boris Becker, Goran Ivanisevic, più di recente Andy Murray – a periodi senza un coach di riferimento. Come questo inizio di 2026, in cui ha raggiunto un’incredibile finale a Melbourne: «In questo momento», ha spiegato il campione serbo, «sento di avere ciò di cui ho bisogno. Non credo di essere pronto, ora come ora, a riconnettermi di nuovo con qualcuno ricominciando tutto daccapo. Va bene così».
Una certa libertà, anche emotiva, è uno dei vantaggi che si ottengono quando non si lavora con un singolo allenatore. Lo hanno confermato la stessa Emma Raducanu e anche Gael Monfils: «Delle persone che hanno lavorato con me volevano che facessi cose che non vedo nel mio gioco. Delle volte gli allenatori vogliono imporre un po’ di identità, e invece allenarmi da solo mi ha aiutato a riconnettermi con me stesso». Un altro tennista che ha vissuto delle stagioni senza coach di riferimento è Frances Tiafoe: «Durante la sua carriera», ha detto il 28enne americano, «un giocatore attraversa fasi diverse. Da giovane, per esempio, io non volevo un allenatore. Adesso, invece, sento il bisogno di avere qualcuno che mi sproni, che mi svegli. Gli amici sono amici, per l’appunto, e non riescono a essere severi. Neanche quando sarebbe necessario». Poi magari se sei Djokovic riesci comunque a essere severo ed esigente con te stesso, senza bisogno di “aiuti” esterni, ma quella è un’altra storia.