I boati di Cortina e Livigno, se li ricordano in tanti. Erano in milioni a seguire le gare di Federica Brignone e Flora Tabanelli, che hanno portato tre delle 30 medaglie ottenute dalla rappresentativa italiana a Milano Cortina 2026. Le due atlete hanno 17 anni di differenza e sono interpreti di due discipline molto diverse tra loro, eppure hanno qualcosa di importante che le accomuna: entrambe, fino a pochi giorni dall’inizio dei Giochi, non sapevano se avrebbero potuto partecipare, visto che erano reduci da due infortuni che hanno condizionato l’avvicinamento all’evento a cinque cerchi. Alla fine, Federica e Flora ce l’hanno fatta. E non solo: hanno portato, rispettivamente, due ori e un bronzo.
Il lieto fine, però, non è l’unica cosa che hanno in comune. Nella strada che le ha portate a Milano Cortina, c’è anche il lungo lavoro di recupero fatto nelle stanze del J|medical, il centro medico della Juventus. Che, oltre a fungere da struttura sanitaria per i giocatori del club bianconero, è da tempo un punto di riferimento per sportivi di numerose discipline: dal centro costruito in prossimità dell’Allianz Stadium sono infatti passati tennisti come Jannik Sinner, Matteo Berrettini e Jasmine Paolini, ma anche il due volte campione in MotoGP Pecco Bagnaia, fino a tanti altri sciatori italiani, Come Marta Bassino, infortunatasi in autunno e ora impegnata nella riabilitazione proprio a Torino.
Quello di Brignone «è stato un percorso fatto assieme, perché siamo partiti da una situazione di un infortunio veramente più unica che rara», racconta a Undici, in esclusiva, Luca Stefanini, direttore generale del J|medical. «Ti trovi di fronte a un atleta che ha vinto di tutto e gli devi dire “Guarda, quello a cui devi pensare oggi è riprendere a camminare bene, questo è il primo step”. Non è stato facile». Eppure «i percorsi non sono stati poi così diversi rispetto a quelli che proponiamo normalmente ai pazienti. Ovviamente eravamo su un altro pianeta per intensità di lavoro e per obiettivi da raggiungere». Queste parole sono di Federico Bristot, responsabile della riabilitazione del centro medico bianconero.
Stefanini aggiunge che, con Brignone, «è stato fatto un lavoro in palestra condiviso con i pazienti normali, ed era quasi sempre lei a dare supporto al paziente. Lei non era l’extraterrestre all’interno del J|medical. Si è creata una situazione veramente particolare, che ha fatto crescere sia noi che lei. Fondamentale è stata anche la sinergia che si è creata negli anni con la FISI (acronimo di Federazione Italiana Sport Invernali, ndr), grazie anche ai risultati ottenuti sul campo. Quello di Federica è stato un percorso molto lungo, il suo normalmente è un caso clinico che prevede un rientro in un anno e mezzo o due, E invece con lei abbiamo fatto in modo da farla tornare a gareggiare dopo dieci mesi di fisioterapia e a undici mesi dall’evento traumatico».

Di Tabanelli, che ha compito 18 anni proprio nel corso del periodo di riabilitazione vissuto a Torino, ha impressionato «la determinazione e soprattutto la concentrazione che lei aveva nell’eseguire le esercitazioni che le sono state proposte da subito», ha raccontato Stefanini. «Quando hai una lesione del crociato diventa difficile anche solo camminare, e i primi step per chi è abituato a fare quelle acrobazie in aria possono essere minimizzati e sottovalutati. Invece l’attenzione e la cura maniacale dei dettagli nel seguire le istruzioni erano pazzesche. Parliamo di un infortunio che, solitamente, impedisce di tornare a correre per i primi tre mesi della riabilitazione. Tabanelli, invece, dopo tre mesi faceva già i volteggi in aria e atterrava sugli sci da dieci metri. Magari all’indietro».
In sintesi: «Tabanelli ha fatto qualcosa di straordinario. Anche solo pensare di metterle gli sci ai piedi è qualcosa di pazzesco». Fondamentale «è stato l’aspetto psicologico», aggiunge Bristot. «La confidenza che hai con il tuo gesto è sinonimo del risultato in gara». Quanto all’acrobazia proposta in gara, che l’ha portata a conquistare la medaglia di bronzo, il responsabile della riabilitazione afferma che «grazie ai nostri algoritmi, eravamo sicuri che fosse nelle sue corde, perché a noi prima di tutto interessa la salute dell’atleta».
Se nel mirino c’era per forza di cose il palcoscenico olimpico, durante i mesi di lavoro per recuperare non è mai stato posto esplicitamente come obiettivo. «È quasi stato un tacito accordo, perché l’atleta non ti chiede mai se farà o meno le Olimpiadi», spiega Bristot. «Federica ha dato una fiducia incredibile a tutta la struttura e allo staff». Il J|medical «è stata una seconda casa per entrambe. La determinazione di entrambe ha fatto da ispirazione per altri atleti e per tutti i pazienti presenti, quindi abbiamo seguito quelle gare con un’attenzione maggiore». Risultato? Doppio oro Brignone, bronzo Tabanelli alla prima e unica gara della stagione. «Quando sono arrivate le medaglie c’è stato un viavai di chiamate e messaggi incredibile all’interno della struttura, un traffico telefonico pazzesco». Proprio come i recuperi di Brignone e Tabanelli.