Non esiste nessun’altra squadra come il Como, intervista a Mirwan Suwarso

Il presidente del club del Lago parla di un progetto mai visto prima, nel calcio italiano: nessun obiettivo sportivo dichiarato, un allenatore azionista che sceglierà il suo successore, l'ambizione di attrarre (altri) turismi in città attraverso il calcio. E tanto altro.
di Leonardo Micheli 16 Marzo 2026 alle 11:28
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Il Como è planato sul calcio italiano quasi d’improvviso, muovendosi fin da subito con l’eleganza naturale di chi sa già dove andare. Lo ha fatto come ogni cosa nuova, destando stupore e spavento tra la gente. Che sia una realtà profondamente diversa lo si percepisce al primo impatto: lo noti dall’internazionalità della dirigenza e dello spogliatoio; lo avverti nell’atmosfera unica che si respira sulle tribune del Sinigaglia, ammirando il Lago. Sembra un club che non ci appartiene, arrivato da una terra lontana e affascinante. Un luogo in cui il futuro si manifesta in anticipo. Perché da noi, in Italia, è inconcepibile che una società di Serie A inizia la stagione senza fissare alcun obiettivo di classifica, o che affida al suo allenatore la scelta del suo successore. Eppure, a Como questa è la normalità. Certo, avere alle spalle un impero economico come quello della famiglia indonesiana degli Hartono è un grande aiuto. Ma nel calcio, i soldi da soli non bastano. È un settore troppo irregolare, che sfugge alla logica e vive di regole proprie. Quindi, per domare l’imprevedibile serve una visione chiara. A dettarla, nel Como, è arrivato Mirwan Suwarso, manager di fiducia della proprietà e presidente del club dall’ottobre 2024. In pochissimo tempo ha trasformato quello che doveva essere un semplice set per documentari in una delle realtà calcistiche più intriganti d’Europa. Lo abbiamo incontrato proprio sulle rive del Lago di Como. Dove nell’aria si respira l’essenza distillata del calcio del futuro. E così è iniziata la nostra chiacchierata.

C’è grande entusiasmo intorno al Como: la squadra gioca bene e sta collezionando risultati pesanti in Serie A. Lei come vive le grandi vittorie?
Con totale indifferenza. Per me, una partita vale quanto un’altra.
La proprietà indonesiana è arrivata nel 2019, con la squadra in Serie D. Oggi è una forza del campionato. Immagino fosse questo il vostro piano fin dall’inizio…
In realtà no. Prima del Covid avevamo comprato la società solo per usarla come un set televisivo: volevamo girare dei documentari sul calcio italiano per la nostra TV indonesiana. Nient’altro.
E poi cos’è cambiato?
In Serie B ci siamo resi conto che il progetto era diventato troppo grande e costoso per rimanere un semplice show televisivo. Fino a quel momento seguivo dall’Indonesia, ma non potevamo più andare avanti così. Per questo, nel 2023, mi sono trasferito a Londra, dove abbiamo una sede, per prendere in mano il club di persona. Oggi faccio la spola tra Como e il Regno Unito per trasformare definitivamente la squadra in un business redditizio.
Di solito, nel calcio si ragiona per cicli di tre anni. Voi, invece, avete bruciato le tappe. Come ci siete riusciti?
Sinceramente non saprei. Noi lavoriamo con un business plan quinquennale e cerchiamo semplicemente di seguirlo passo dopo passo. Como è una città piccola, dove abbiamo sviluppato tutto da zero. Paradossalmente, questo ci ha aiutati. Ma il vero punto di svolta è stato l’arrivo di Cesc: seppur a fine carriera, ci ha proiettati su un livello superiore e ha accelerato l’intero processo.

E cosa vi ha convinto ad affidargli la panchina?
Non lo avevamo preso con quell’idea. Anzi, è arrivato quasi per caso: io non l’ho nemmeno incontrato di persona, è bastata una semplice telefonata. Poi, però, abbiamo scoperto come ragiona. Ci parlava di come costruire la squadra e creare una struttura sportiva con un metodo rigoroso. Pensava alla squadra proprio come noi facevamo a livello aziendale: il suo approccio al campo rifletteva perfettamente il DNA societario che stavamo creando. Unire le due cose è stato naturale, e i risultati ci stanno dando ragione.
E un giorno sapete che potrebbe andare via…
Saremmo degli stupidi a non mettere in conto che un giorno possa andare all’Arsenal o al Chelsea. Se continua ad avere successo, è normale che insegua sogni più grandi. Ma dovrà essere lui in prima persona a scegliere chi prenderà il suo posto.
D’altronde, Fàbregas è anche azionista del club. Quanto incide il suo parere nelle decisioni societarie?
Fuori dalle questioni tattiche, ha la stessa voce in capitolo degli altri direttori: propone idee e le discutiamo insieme. Per il mercato e la squadra, invece, abbiamo un Board of Football composto da sei persone, perlopiù internazionali. Le decisioni sono sempre collettive, ma la voce di Cesc è ovviamente la più influente: tra tutti noi, è l’unico ad avere un’esperienza diretta ai massimi livelli del calcio.

 

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Un Board a forte trazione straniera. Quanto conta questa visione internazionale in un ambiente spesso chiuso e autoreferenziale come il calcio italiano?
È fondamentale per imporre un vero cambio di prospettiva. Vogliamo spingere il club a guardare fuori dal proprio “giardino di casa” per aprirsi al mercato globale. Per farlo serve una visione strutturale: per esempio, abbiamo scelto come Head of Strategy Mark-Jan Fledderus, olandese, proprio perché ci serviva qualcuno capace di ragionare sui prossimi vent’anni, non sui soliti due o tre.
A proposito di guardare oltre i confini: cosa ne pensa dell’idea di giocare alcune partite di campionato all’estero? Si era parlato di Milan-Como in Australia.
Sono assolutamente favorevole. Dobbiamo iniziare a ragionare sulla Serie A come un prodotto collettivo. Se colossi come l’NBA o la NFL giocano fuori dagli Stati Uniti per espandersi, perché non dovremmo farlo noi? La Serie A ha un mercato interno forte, ma a livello globale facciamo ancora fatica. Spetta alla Lega trovare strategie per crescere. E noi, in quanto club, abbiamo il dovere di supportare queste iniziative.
E le star di Hollywood che vediamo sulle tribune del Sinigaglia fanno parte di questa strategia internazionale? Siete voi a invitarle?
In realtà vengono di loro spontanea volontà. Questa è la vera forza di avere il Lago di Como: non dobbiamo cercare noi le celebrities da invitare. È il Lago stesso ad attrarle in vacanza. Tra i più entusiasti ci sono gli attori Michael Fassbender e Chris Pine. Poi c’è Cillian Murphy, che voleva venire a tutti i costi la scorsa stagione, ma per cambi all’ultimo non siamo riusciti a organizzare…  

Quindi il vero motore del Como è il fascino del Lago?
Esattamente. La città è piccola, ma il brand “Lago di Como” è enorme. Seguiamo il modello-Disney: usiamo il campo come uno strumento per attirare l’attenzione (proprio come Disney ha fatto con i film animati, ndr). Il calcio è un mercato saturo: se tifi Inter o Chelsea, difficilmente cambierai squadra. Per il “Lago di Como”, invece, non esistono rivalità: è un marchio universale. A chiunque farebbe piacere indossare un capo con la scritta “Lago di Como”. È così facciamo crescere il nostro business.
E iniziare questo progetto nel calcio, un’industria così particolare e unica, ha creato problemi?
No. Anzi, è stato un vantaggio. Alla fine, le entrate nel calcio sono semplici da inquadrare: diritti TV, stadio, merchandising e player-trading. Voci che per noi erano inesistenti, dunque facili da far crescere subito. 

I risultati cosa dicono?
Siamo riusciti a raddoppiare i ricavi della biglietteria senza dover ampliare lo stadio, mentre il merchandising è cresciuto del 300%. Grazie alle sue dimensioni, il Como Calcio per noi è un laboratorio: le strategie economiche che si rivelano vincenti sulla squadra le applichiamo con successo anche agli altri rami della nostra azienda.
A quali altri rami si riferisce esattamente?
La vendita di abbigliamento legato al lusso e al lifestyle, per esempio. È il nostro settore più in crescita. Abbiamo creato il marchio Como Crest per rappresentare lo stile di vita del lago, come le collezioni da vela. E abbiamo lanciato una linea premium, Curva, in cui una giacca può costare anche 4mila euro. La strategia è semplice: usiamo la fama del calcio per aprire i canali di distribuzione e, una volta consolidati, introduciamo prodotti di fascia sempre più alta. È una crescita graduale, ma costante.

E come si costruisce una credibilità simile nel mondo della moda?
Non lo facciamo da soli, ma attraverso partnership strategiche con chi è già al top. Collaboriamo con Rhude, un marchio di streetwear premium di fama mondiale. Per noi è come una scuola: impariamo come funzionano la produzione e la distribuzione nel lusso. Ma c’è di più: partendo dal Como, stiamo creando nuove linee di prodotti in cui Rhude collaborerà anche con altri club. E l’idea è che nei nostri negozi si potranno trovare anche i prodotti di altre squadre.
Oltre al retail di lusso, come state trasformando una squadra in un investimento redditizio?
Stiamo creando anche scuole per ragazzi che vogliono studiare mentre si formano calcisticamente. Poi c’è il turismo. Noi non diciamo mai di essere «solo calcio». Il Como deve essere concepito come una destinazione premium. Per questo la squadra deve esprimere un gioco divertente e attraente: è anche un prodotto turistico. Chi viene sul lago non lo fa solo per sedersi a guardare 90 minuti di partita: viene per vivere un’esperienza.
Però il rischio è di allontanare i vostri tifosi “storici”.
Non possiamo portar via alla città ciò che le appartiene. Dobbiamo garantire costantemente che le nostre iniziative non abbiano mai prezzi folli per i comaschi. Allo stesso tempo, però, abbiamo la necessità di attirare una nuova clientela internazionale. Queste due anime, quella locale e quella globale, devono incontrarsi e convivere. Ed è per questo che proporre un calcio entusiasmante è imprescindibile: il bel gioco è l’unica cosa in grado di unire e soddisfare tutti.

E avete persino lanciato la vostra birra…
Sì, La Comasca. Abbiamo preso un birrificio locale che stava per fallire. Per ora riforniamo lo stadio e abbiamo appena chiuso un accordo per distribuirla in una catena di hotel. Ma il vero obiettivo futuro è il licensing. Vogliamo concedere il marchio in licenza a dei partner per vendere la birra nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Saranno loro a produrla e distribuirla sul posto, e noi faremo crescere il marchio insieme.
Invece lo stadio?
Molti dicono che senza un nuovo stadio non si possa fare nulla. Ma non è vero. Per noi è molto importante ciò che ci sta intorno. Infatti, siamo probabilmente l’unico club al mondo con l’hospitality in ville e barche fuori dallo stadio. Abbiamo appena aperto The Club on the Lake, un nuovo ed esclusivo club per soci. È la forza della nostra posizione. L’obiettivo è prima di triplicare i posti dell’hospitality, rendendo queste strutture attive 365 giorni all’anno, creando club privati esclusivi con ristoranti sul lago.
A che punto si trova oggi il progetto Como?
Direi che in questo momento siamo solo al 30% del nostro potenziale. Un giorno, i ricavi extracalcistici dovranno superare quelli generati dalla squadra. Ovviamente escludo il calciomercato, perché è imprevedibile: se domani arrivasse un’offerta da 80 milioni per Nico Paz, quella singola operazione sballerebbe ogni statistica. 

A proposito di calciomercato, all’inizio puntavate sull’esperienza, penso a Varane o Belotti. Ma ora investite sui giovani e a gennaio siete rimasti fermi. È cambiata la vostra strategia?
Nelle prime finestre di mercato l’unico obiettivo era sopravvivere: serviva esperienza per creare solidità. Ora che abbiamo una base, siamo passati alla logica degli investimenti: prendiamo giovani che consideriamo come asset. Il focus è cambiato: comprare per vendere. Costruire una squadra è come costruire una casa: all’inizio spendi tanto per le fondamenta, poi aggiungi solo i dettagli. Per questo a gennaio non abbiamo comprato nessuno. E dalla prossima estate faremo solo innesti mirati per abbassare l’età media, spendendo sempre meno.
E quanto è importante per voi far crescere i talenti in casa?
È una priorità assoluta. Anche perché comprare giocatori in Italia oggi è un problema per la rigidità dei pagamenti. Se voglio un talento italiano da 15 milioni, devo pagarli tutti in anticipo o bloccare i soldi con una fideiussione. All’estero è molto più conveniente e flessibile: abbiamo preso Caqueret dal Lione per la stessa cifra, ma pagandolo in rate da tre milioni all’anno. Quindi l’unica soluzione per avere italiani è acquistarli giovanissimi per la nostra Primavera, sperando che diventino titolari tra tre o quattro anni. 

 

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Adesso quali sono i vostri obiettivi? A inizio stagione cosa vi dite?
Noi, come proprietà, non fissiamo obiettivi di classifica. Il nostro unico traguardo è raggiungere la redditività nel minor tempo possibile. Spetta solo a Cesc e alla squadra decidere fino a dove spingersi. Le mie conversazioni con Fàbregas sono puramente aziendali: non gli dico mai chi schierare o che modulo usare. Non è il mio lavoro. Mi rivolgo a lui solo per questioni extracampo: gli chiedo supporto su specifici progetti che possano aiutarci ad aumentare i ricavi e a centrare i nostri obiettivi di bilancio.
E a lungo termine?
Crescere.
Infine, in passato ha fatto il regista. Qual è il suo lieto fine per il Como?
Parlare di lieto fine presuppone un finale. Ma in questo progetto non c’è: siamo in un viaggio costante. Vogliamo solo continuare a svilupparci. È per questo che dico sempre ai ragazzi di non affrontare la stagione pensando ai risultati. Se ti poni obiettivi rigidi, rischi solo di rimanere deluso. La crescita, invece, è un percorso che non si esaurisce in una singola annata. Quando cresci, impari sempre cose nuove, trovando opportunità nascoste. E non ti poni limiti.

Da Undici n° 67
Foto di Cecilia Palmeri
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