Come si misura la ricchezza di una trama? “Tutto quello che poteva capitare è successo”, risponde Dan Meis, l’architetto americano che ha ideato il progetto dell’Hill Dickinson Stadium – la nuova dimora dell’Everton dopo 133 anni di calcio a Goodison Park. Un passaggio di consegne epocale, senza dubbio. Ma se parliamo dell’uomo che nel suo curriculum annovera anche il design dello Staples Center di Los Angeles, l’arena dei Lakers, a prima vista l’impegno inglese poteva sembrare più semplice e con meno pressione addosso. Ecco. Niente di più sbagliato. “Vivo a LA, quell’impianto è importante per milioni di persone. Nulla a che vedere con l’Everton, però: penso che non m’imbatterò mai più in un’esperienza del genere. Per quel che rappresenta questo club, la città di Liverpool e il luogo in cui è sorto il nuovo stadio”. A tal punto che l’archistar ha deciso di scolpire il simbolo dell’impresa in modo tale da portarlo sempre con sé: sulla sua pelle.
Per la precisione, Meis si è fatto tatuare l’anno di fondazione dell’Everton, 1878. Un atto da incalliti ultras. “Mi emoziono ancora a parlarne”, ha raccontato Meis in un’intervista alla BBC. “Durante il match d’esordio nel nuovo stadio, uomini grandi e grossi sono venuti in lacrime ad abbracciarmi, insistendo per farmi capire quanto tutto questo fosse importante per loro. Avevo imparato in fretta quanto è appassionata questa gente. All’inizio non erano tutti così amichevoli, ma siamo andati avanti”.
Il tema era soprattutto uno: competere col leggendario Anfield, realizzando un impianto all’altezza. “Non avete idea del numero di tifosi che mi ripetevano: puoi fare quello che vuoi, basta che avremo almeno un seggiolino in più dello stadio del Liverpool”, continua l’architetto. Goodison Park ha una capacità di 52mila posti. L’Hill Dickinson Stadium lo supera di 12mila unità. Ma sono ancora 9mila in meno di Anfield. E questo poteva essere un problema. “Ma alla fine è stato come registrare un lungo dialogo tra club e fanbase. Ho preso appunti, cercando di comprendere i loro input: avere un luogo che mettesse il tifoso a strapiombo sul terreno di gioco, che garantisse l’energia collettiva attorno al pallone, che facesse sentire a casa”.
L’intuizione che ha messo tutti d’accordo è stato costruire il nuovo impianto sul molo Bramley-Moore, un luogo storico della città mercantile marattima di Liverpool che prima della realizzazione dell’Hill Dickinson era stato patrimonio dell’umanità dell’UNESCO e versava in stato di abbandono – l’Everton ha promesso di preservarlo e restaurarlo negli anni a venire. “Tutto il resto è sbocciato da lì”, spiega Meis. “Ho fermamente creduto che lo stadio dovesse crescere a partire dal molo. Da un piccolo sketch è seguito tutto il resto”. Un gioiellino unico nel suo genere, con elementi architettonici e di costruzione che accorpano l’identità portuale-industriale della città di Liverpool. E per un risultato del genere, i tifosi dell’Everton al settimo cielo hanno “perdonato” di buon grado l’architetto per le dimensioni ridotte dell’impianto – per superare Anfield, sarebbe servita un’altra location. “Ci ho messo sei anni della mia vita, ma ne è valsa la pena: non ho fatto qualcosa per il mio ego, ma è stata la realizzazione delle speranze di migliaia di persone. Sentire le voci degli addetti ai lavori, grati per averli ascoltati, è una delle sensazioni più belle della mia carriera”. E vale bene anche per un tatuaggio.