Ognuno di noi e di voi è liberissimo di avere la propria opinione sull’esperienza di Gabriele Gravina come presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio, e ci mancherebbe altro. Allo stesso modo, ognuno di noi e di voi può giudicare come vuole la sua scelta di dimettersi, di lasciare l’incarico che ricopriva dal 2018 – in precedenza era stato presidente della Lega Pro – dopo la sconfitta della Nazionale italiana contro la Bosnia e la conseguente eliminazione dal Mondiale 2026, la terza di fila per la rappresentativa azzurra, la seconda con Gravina a capo della FIGC. C’è però una cosa che è oggettiva e quindi incontestabile: con l’addio di Gravina, si chiude un’era politica prima ancora che sportiva.
In realtà questa situazione non presenta nulla di così inconsueto, di assurdo e/o di molto italiano. In tutti i Paesi in cui il calcio ha una tradizione importante, infatti, il presidente/direttore della Federazione è un’espressione diretta della politica sportiva – che inevitabilmente si mescola con la politica e basta – o al massimo dell’imprenditoria. Esattamente come Gravina, viene da dire. E come tutti i suoi predecessori, come tutti gli altri presidenti federali degli altri sport. La differenza con il resto del mondo, quindi, va ricercata nelle modalità con cui l’ormai ex presidente è stato scelto – e riscelto, e riscelto – per guidare la FIGC. E nell’approccio con cui ha gestito le numerose crisi che hanno contraddistinto la seconda parte del suo mandato, da Euro 2021 in poi.
Quella di Gravina è (stata) un’era essenzialmente politica perché la sua prima elezione è arrivata – nel 2018, come detto – con il 97,2% dei voti; la prima rielezione, poco prima della vittoria agli Europei 2021, è arrivata con il 73,45% dei voti; il 3 febbraio 2025, infine, Gravina è stato rieletto ancora con il 98,68% dei voti. Sono tutte percentuali altissime, praticamente plebiscitarie. E non si tratterebbe di cifre sorprendenti, solo che nel frattempo la Nazionale italiana di calcio, a partire dalla seconda metà del 2021, ha iniziato a inanellare risultati negativi, ribaltoni tecnici, psicodrammi sparsi. Facciamo giusto un veloce recap. Autunno 2021: secondo posto nel girone di qualificazione ai Mondiali di Qatar 2022. Primavera 2022: sconfitta contro la Macedonia del Nord nella semifinale dei playoff per accedere ai Mondiali di Qatar 2022 e successiva conferma di Roberto Mancini come ct. Estate 2023: addio improvviso di Roberto Mancini e conferimento dell’incarico di ct a Luciano Spalletti. Estate 2024: eliminazione agli Europei e successiva conferma di Luciano Spalletti come ct. Estate 2025: esonero di Luciano Spalletti dopo la sconfitta in Norvegia all’esordio nelle qualificazioni ai Mondiali di United 2026 e conferimento dell’incarico di ct a Gennaro Gattuso. Autunno 2025: secondo posto nel girone di qualificazione ai Mondiali di United 2026. Primavera 2026: sconfitta contro la Bosnia nella finale dei playoff per accedere ai Mondiali di United 2026.
E insomma: Gravina sarà stato anche bravissimo in tanti aspetti del suo lavoro, a intessere legami politici e commerciali, a far crescere la FIGC e la Nazionale italiana come brand, a scegliere degli ottimi ct per le selezioni giovanili (che da diversi anni mettono insieme grandi risultati), a gestire – anche questa è una dote – i rapporti con tutte quelle persone che avrebbero potuto/dovuto rieleggerlo come presidente federale. Nel frattempo, però, il campo diceva che le persone messe a gestire la Nazionale maggiore, per non essere troppo velenosi con le parole, non funzionavano. O comunque hanno smesso di funzionare da un certo punto in poi. E questo, nel giudizio sull’operato di un dirigente sportivo, dovrebbe fare la differenza. Ecco: con Gravina, fino a qualche ora fa, non ha fatto la differenza.
Lo stesso discorso, a pensarci bene, vale anche per le riforme istituzionali: di fatto, negli ultimi anni, nessuno dei provvedimenti voluti ed emanati da Gravina ha avuto un impatto davvero significativo. Certo, potrebbe obiettare chiunque, in questo senso non è che i suoi predecessori siano riusciti a fare molto di più, o anche semplicemente meglio: tutto vero, tutto giusto, si può dire che il movimento italiano sia fermo, impantanato da decenni, su diversi temi davvero importanti. Al tempo stesso, però, nessun altro presidente federale nella storia del nostro calcio ha dovuto far fronte a due eliminazioni dalla fase finale della Coppa del Mondo. Carlo Tavecchio, nel 2017, diede le dimissioni a poche ore dalla sconfitta contro la Svezia nei playoff di qualificazione a Russia 2018.
Il fatto che anche Gianluigi Buffon abbia lasciato i suoi incarichi in FIGC, per altro a brevissima distanza temporale dall’annuncio ufficiale delle dimissioni di Gravina, significa molto. Nel senso che conferma la fine di una gestione politica, più che tecnico-sportiva, della selezione maggiore. L’ex portiere della Juventus era stato scelto come capo delegazione/team manager della Nazionale A nell’agosto del 2023, poi è diventato anche direttore sportivo di Club Italia – il primo in assoluto nella storia azzurra – poco meno di un anno fa. Ora è chiaro che stiamo parlando di una leggenda assoluta, di un mito del calcio e dello sport globale, ma va anche detto che Buffon non aveva mai ricoperto un incarico tecnico o dirigenziale prima di accettare l’offerta di Gravina. Inoltre tutti i suoi predecessori come capo-delegazione (Vialli, Oriali, Riva) avevano un’esperienza consolidata in panchina o dietro la scrivania, esattamente come i direttori sportivi delle altre rappresentative europee: la Spagna ha Aitor Karanka, ex tecnico di Middlesbrough, Nottingham Forest e Granada; la Francia ha Hubert Fournier, che ha allenato Reims e Lione; l’Inghilterra ha John McDermott, che ha lavorato per anni nel settore giovanile del Tottenham; la Germania ha Rudi Völler, ex ct della Nazionale tedesca e anche allenatore della Roma: il Portogallo ha José Couceiro, ex ct delle rappresentative Under 20 e Under 21, ma anche tecnico del Porto, dello Spoting Lisbona, della Lokomotiv Mosca.
Il fatto che l’assunzione di Gattuso sia stata caldeggiata da Buffon e che Gattuso alla fine si sia rivelato inadeguato al ruolo di ct, beh, può essere assimilato all’approccio marcatamente politico di cui abbiamo parlato finora. Ovviamente parliamo di una cosa diversa dalle relazioni elettorali coltivati da Gravina, ma in ogni caso Buffon e Gattuso (e anche Bonucci, inserito nello staff del nuovo ct fin dal suo arrivo al posto di Spalletti) sono legati tra loro, sono amici, alla fine però hanno formato un gruppo di lavoro che non ha raggiunto un obiettivo importante e quindi è giusto – forse è anche inevitabile – pensare che forse sarebbe stato meglio andare in un’altra direzione. Magari individuando e convincendo un allenatore con maggiore esperienza, magari approcciando a questo casting in maniera meno emotiva e più analitica.
In virtù di tutto questo, Gabriele Gravina lascia la presidenza della FIGC trasmettendo una sensazione chiara: la sua rete, seppur ampia e solida, non è bastata a fargli da rete di protezione, non è bastata per sfumare gli errori in serie che ha commesso, non è bastata per superare la seconda apocalisse sportiva in appena quattro anni. Ed è giusto che sia così: siamo nel mondo del calcio, quindi sono i risultati a determinare l’andamento di tutte le cose. Persino delle nomine federali. Certo, oggi come oggi è ancora difficile immaginare che il nuovo corso al via tra qualche settimana – le elezioni per il nuovo presidente si terranno il prossimo 22 giugno – possa rivoluzionare istantaneamente lo status quo, dopotutto abbiamo visto che l’Italia non è un’eccezione, che la figura del presidente federale ha un’aura e un’identità essenzialmente politiche. Ma visto che stiamo parlando di sport e non di alleanze parlamentari, credere che il prossimo presidente abbia un approccio diverso, fondato sulle competenze più che sulle abilità relazionali, è ancora possibile. Anzi: nel caso specifico, è l’unica strada possibile.