Che cos’è la diversificazione del portafoglio? Basta chiedere a Sir Andrew Murray: ieri tennista di successo, simbolo tutto british durante il tripolio Federer-Nadal-Djokovic; oggi imprenditore con un gran fiuto per gli affari di qualsiasi tipo. Da uno speciale brand di patate a piattaforme per startup come Redrice. E poi abbigliamento di nicchia, mercato immobiliare, catene di healthy food. L’ultima intuizione del 38enne? Puntare parte delle sue finanze su Hylo: un piccolo marchio di scarpe da corsa orientate alla sostenibilità. Nulla che in ogni caso c’entri direttamente col tennis. E non è l’unico fra i suoi ex colleghi a seguire questa strada.
“Avevo già iniziato a investire quando giocavo”, spiega Murray. “Ma ho maturato sempre più attenzione e interesse da quando ho smesso: ora ho più tempo e capacità di focalizzarmi su certe attività”. L’ex numero uno del ranking ATP, vincitore di due ori olimpici e tre tornei del Grande Slam –Wimbledon 2013 e 2016, US Open 2012 –, a oggi ha investito in ben 40 società diverse. Per 110 milioni di dollari di patrimonio complessivo.
Si tratta di uno dei tennisti più capaci di reinventarsi, ben oltre il perimetro dello sport che li ha resi grandi. Ma certo non il solo. E curiosa coincidenza, pochissimi di loro puntano sul business del tennis. Carrellata in ordine sparso, suggerita da The Athletic: Roger Federer ha investito anche lui in un brand di scarpe – facendo una fortuna, 50 milioni di dollari che nel giro di sei anni ne hanno fruttati 375; Andy Roddick ha fatto fortuna nel mercato immobiliare degli Stati Uniti – per quanto l’abbia definito “il business più noioso in cui potersi cimentare”; Maria Sharapova aveva lanciato il proprio marchio di caramelle – Sugarpova, non più esistente – e ora investe il proprio capitale in startup ad alto potenziale; Serena Williams ha creato la propria società di venture capital; Andre Agassi nel settore dell’istruzione e per lo sviluppo del pickleball, uno sport simile al padel senza l’hype del padel. Anche Rafa Nadal e Novak Djokovic non hanno perso tempo: lo spagnolo punta su hospitality e istruzione, il serbo, ancora da giocatore, ha degli affari nel campo del wellness.
Insomma, a ognuno la propria ispirazione e inclinazione. Per molti tennisti di successo il vantaggio è che il denaro accumulato tra montepremi e sponsorizzazioni durante la loro carriera rappresenta un ottimo capitale iniziale da valorizzare. Molti iniziano a lavorarci presto, con la consapevolezza che le entrate da sportivi professionista possono essere tanto ingenti quanto fugaci – il 38enne Djokovic ancora in corsa contro i ragazzini è l’eccezione, non la regola. Così il business offre da un lato grosse opportunità finanziarie, dall’altro uno scopo lavorativo altro, da coltivare una volta chiuso il capitolo tennistico. E infatti quasi tutte queste fortune accumulate hanno luogo lontano dall’eco del Grande Slam. Reinventarsi significa saper ricominciare.