Luis Díaz e Michael Olise sono diversissimi tra loro, eppure formano una coppia perfetta che sta portando il Bayern Monaco ad altezze siderali

La squadra di Kompany sta stracciando ogni record di punti e di gol. E il merito è anche di due esterni offensivi che hanno già superato, almeno a livello numerico, l'impatto della "Robbery".
di Gianmarco Calvaresi 07 Aprile 2026 alle 11:39

Per ottenere un incastro perfetto è necessario, spesso e volentieri, mettere insieme elementi complementari. È una legge che va ben oltre la scienza, quella degli opposti che si attraggono, perché si concretizza in qualsiasi ambito. In questa storia, per esempio, abbiamo un destro e un mancino. Un uomo legato al proprio passato, con radici robuste che affondano in profondità nel suo paese, e un altro con quattro possibili nazionalità tra cui scegliere. Un giocatore elettrico ed istintivo, uno sinuoso ed elegante. Un appassionato di scacchi, un amante della musica latino-americana. Uno giocava per le strade di Londra, l’altro sulla terra di Barrancas, La Guajira.

Prendendo tutti questi elementi e mettendoli insieme, il Bayern Monaco ha formato la coppia di ali più devastante d’Europa. Sì, perché Luis Diaz e Michael Olise stanno disputando una stagione che in Baviera non si vedeva dai tempi di Ribery e Robben. E se il paragone con la “Robbery”, quantomeno fino a ora, si è sempre rivelato troppo ingombrante per i possibili successori come Douglas Costa, Sané, Coman o Mané, oggi il Bayern ha trovato un duo capace addirittura di superarla – almeno nei numeri.

Facciamo ordine, però, per capire quali sono i fattori che stanno portando questi risultati così impressionanti. Perché ci sono, oltre ai fenomenali valori tecnici, le componenti caratteriali. Quelle necessarie a far funzionare gli incastri. A trovare le simmetrie. E poi c’è il linguaggio del campo, che mette tutti d’accordo. Partiamo dalle componenti caratteriali, plasmate da due ambienti completamente opposti: Luis Díaz nasce e cresce a Barrancas, una cittadina nel dipartimento di La Guajira, nell’estremità nordorientale della Colombia. Il dipartimento affaccia sul mare caraibico, ma Barrancas si trova nella parte interna e pianeggiante, rocciosa e mineraria. Calda, con quasi 35 gradi di temperatura media. Il contesto è di povertà, di malnutrizione: si mangia carne di capra quasi a ogni pasto. Le strutture sono pochissime, quindi si gioca dove capita: per strada, su campi di terra, in piazza, davanti alle case. E Luis Díaz gioca continuamente, allenato da suo padre “Mane”. Non gli importa di nient’altro, anche se si fa male. Una volta, per esempio, giocando davanti casa di sua nonna, si spezza un’unghia calciando male il pallone: entra in casa, si fa mettere un cerotto e ricomincia a giocare, come nulla fosse. Il padre lo fa allenare con il pallone, ne cura il controllo e i cambi di direzione, gli insegna ad amare il gol. «Goles son amores», gli ripete più volte: i gol sono amore.

Eppure, il talento più evidente è nel dribbling, nelle giocate spettacolari: Luis Díaz è fulmineo, tecnico, velocissimo, tremendamente istintivo. E ha più fame degli altri. È quella fame che lo spinge ad andare avanti anche quando, ormai diciottenne, pesa appena 58 chili e non ha ancora ricevuto una chiamata da un club professionistico. Grazie a suo padre, però, ottiene un provino con il Club Junior di Barranquilla nel 2015, una sorta di ultima chiamata per diventare calciatore: l’esito positivo lo porta per la prima volta lontano dal suo nido, solo che Luis è malnutrito ed è costretto ad allenarsi più degli altri per migliorare a livello fisico e muscolare. «Più volte ho pensato di mollare tutto, che fosse finita», ha raccontato più avanti. «Mi mancava casa mia, mi mancava la mia famiglia, ma ogni sera mi dicevo che dovevo andare avanti prima per loro, poi per me stesso. Regalare una vita migliore alla mia famiglia è stata la mia motivazione più grande». È stato il legame così forte con le sue origini a spingerlo nella scalata ai vertici del calcio europeo. Un legame viscerale, che sottolinea spesso: «Barrancas è il posto di cui sono orgoglioso», ha detto in un’intervista ai tempi del Liverpool. «Le mie radici sono lì».

Se dunque il background di Luis Díaz mostra un carattere da lottatore che ha dovuto sudare in ogni momento per arrivare in alto, legato da questo enorme cordone ombelicale alla sua città, tutt’altra storia ha portato alla ribalta il suo opposto di fascia, ovvero Michael Olise. Che nasce e cresce in uno dei contesti più multiculturali al mondo, cioè Londra. Che ha un padre anglo-nigeriano e una madre franco-algerina. Al Bayern, lo scorso anno, si è presentato proprio così, parlando delle sue origini: «Vengo da quattro nazioni diverse: Francia, Algeria, Nigeria, Inghilterra. Mi ritengo molto fortunato ad avere queste quattro culture dentro di me: le sento mie, mi arricchiscono, e ho sviluppato legami con tutte le mie origini».

Anche lui, da bambino, gioca in strada: non sono le strade polverose di Barrancas, ma quelle di Hayes, ad ovest di Londra. Sfida suo fratello Richard a colpi di skills, e fa suo lo stile street. Del resto, come rivelerà in seguito, cresce guardando Neymar: «Amavo il suo gioco pieno di tricks», ha detto qualche tempo fa. La sua formazione vera e propria, invece, lo porta a saltellare tra i migliori settori giovanili d’Inghilterra: Chelsea, Arsenal, Manchester City, prima di esplodere con il Reading in terza divisione, vincendo nel 2021 sia il premio di miglior giovane del campionato che quello di miglior giocatore assoluto. Da lì in poi, la scalata si fa vertiginosa: i tre anni in Premier con il Crystal Palace gli valgono la chiamata del Bayern, che lo acquista nell’estate del 2024 per 55 milioni di euro.

Chi gli sta vicino lo descrive come una persona introversa, poco loquace. Non parla se non sul campo, come afferma nella sua prima intervista con il Bayern. «Cercherò di migliorare nel rispondere alle domande», aggiunge dopo che Musiala risponde al suo posto ad ogni quesito che gli viene posto in seguito a una vittoria contro il Werder, in cui segna una doppietta. È attento ai dettagli, maniacale: è diventato virale il suo rituale prepartita, che lo vede entrare in campo in ciabatte, strofinare i piedi per pochi secondi sull’erba per poi tornare indietro verso gli spogliatoi. Non passeggia sul campo coi compagni, non si guarda troppo intorno, non dà spiegazioni. È così e basta, Olise. A inquadrarlo in una parola, si potrebbe definirlo estroso. Per il suo modo di giocare così elegante, per il suo stile nel vestire, tipico dei giocatori francesi di oggi. Anche la scelta di giocare per i Bleus è stata molto semplice, pur essendo nato e cresciuto in Inghilterra: «Era ciò che volevo da piccolo, mi vedevo a giocare per la Francia e sognavo di arrivare in Nazionale un giorno». Desiderio poi sigillato da Thierry Henry, uno dei suoi idoli d’infanzia, che lo allena nelle Olimpiadi di Parigi.

A tutto ciò si aggiunge la sua passione per gli scacchi, che lo aiutano a svagarsi dalla routine: «Mi piace giocare a scacchi nello stesso modo in cui gioco a calcio: voglio attaccare il mio avversario, pressarlo. Di solito gioco contro Kimmich e Coman (online): contro Joshua ho più possibilità, contro Kingsley è molto difficile». E in Kompany, che in lui rivede atteggiamenti caratteriali simili a De Bruyne, ha trovato un allenatore che sposa in pieno questo mantra offensivo, e che nel giro di un anno e mezzo l’ha reso un attaccante tremendamente efficiente.

Veniamo alla complementarità, ora. Le diversità presenti nel loro carattere, come detto, si riflettono nel loro stile di gioco, nel loro modo di stare in campo. Entrambi giocano a piede invertito, Olise lavora come regista esterno mentre Díaz è più affilato più verticale, ricalcando una dinamica che ricorda un po’ quello che accade nel Barcellona con Yamal e Raphinha. La peculiarità di Olise è questa conduzione del pallone sinuosa, come se seguisse una linea ondulata, con un’incredibile capacità di leggere le reazioni dei difensori e saltarli con un repertorio di finte da strada. Da cinque stelle skill, come si dice nei videogiochi. E poi, l’aspetto in cui è più simile a Robben: la convergenza verso il centro, concludendo col sinistro a giro sul secondo palo. Ne sa qualcosa l’Atalanta, con Bernasconi e Carnesecchi ipnotizzati dalla classe e rapidità d’esecuzione del francese. Dall’altra parte, invece, Luis Díaz sembra avere il campo inclinato davanti a sé quando accelera. Gli anni nel Liverpool di Klopp lo hanno reso estremamente puntuale nel tempismo, nell’attacco alla profondità. E se la caratteristica principale rimane quell’imprevedibilità che lo rende illeggibile nei movimenti e nelle finte, l’istinto per il gol negli anni è estremamente migliorato. Quando il Bayern ha scommesso su di lui la scorsa estate, pagandolo 70 milioni di euro, a molti è sembrato un azzardo: le qualità del colombiano esplodono maggiormente in contropiede, in fase di riaggressione e recupero alto, negli spazi aperti, mentre il Bayern è abituato ad avere il dominio del pallone affrontando, nella maggior parte dei casi, squadre che si chiudono.

E invece, la sintonia con Kompany ed i compagni di reparto è scattata subito. Il suo impatto è stato immediato, con quattro gol nelle prime quattro partite. Così l’allenatore belga è stato in grado di cucire una veste offensiva perfetta per esaltare le curve delle sue ali, associandole ad un fenomeno tecnico-balistico come Kane, che oltre alle solite valanghe di gol realizzati aggiunge la componente associativa, abbassandosi spesso nella propria trequarti per cambiare gioco verso uno dei due esterni. Come se fosse un mediano, o comunque un raffinato organizzatore del centrocampo.

Se dunque il Bayern Monaco di questa stagione è una macchina offensiva inarrestabile, decisa ad abbattere qualsiasi record relativo ai gol segnati, gran parte del merito va a questi due fenomenali esterni offensivi. E qui riprendiamo il paragone con Robben e Ribery, in quanto i freddi numeri rappresentano il giudice ultimo di qualsiasi confronto statistico. La miglior stagione individuale di Robben a Monaco, considerando la somma di gol e assist, è stata quella 2013/14, conclusa con 21 gol e 17 assist in 45 presenze. Quella di Ribery, invece, è la stagione 2011/12, in cui il francese ha realizzato 17 gol e 27 assist in 50 presenze: il 2011/12 rappresenta anche la stagione in cui hanno realizzato il miglior dato come coppia, mettendo insieme 36 gol e 37 assist in 86 partite. Ed ecco che, ad inizio aprile, Olise e Díaz hanno già fatto meglio: il colombiano è a quota 22 gol e 18 assist in 38 presenze, il francese lo accompagna con 16 gol e 27 assist in 39 gare. Dati che raccontano di una stagione offensivamente inarrestabile, col Bayern che ha già segnato 100 gol in campionato (nel mirino il record di 121 del Real di Mourinho) e 143 in stagione.

Certo, alla fine a Kompany e alla sua squadra serviranno i trofei per legittimare il dominio esercitato tutto l’anno, per imprimere a fuoco i loro nomi nella storia bavarese. Perché Ribery e Robben ci sono riusciti vincendo il Triplete 2013, mentre Olise e Díaz sperano di imitarli a modo loro, e di superarli, perché no? Con due stili completamente diversi, perché Diaz è l’action painting di Pollock, Olise un quadro cubista: il primo rompe il sistema, il secondo lo piega con precisione. Non sembrano fatti per stare uno accanto all’altro, ma forse proprio per questo sono perfetto insieme. E il risultato, oggi come oggi, è incredibilmente efficace.

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