Il talento è ovunque ma va educato, e non soltanto in campo: intervista a Mircea Lucescu

Il tecnico rumeno, morto a 80 anni dopo una carriera lunghissima, racconta il suo modello di lavoro, le sue esperienze, il suo rapporto unico con i calciatori.
di Emanuel Rosu 08 Aprile 2026 alle 09:53
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Quando ha capito che sarebbe diventato un allenatore?
L’ho sempre saputo. Ho sempre voluto “pensare” il calcio, analizzarlo. Non è stato un caso quello di diventare capitano della Nazionale rumena a soli 24 anni. Ho sempre avuto il desiderio di imparare, di essere qualcosa di più di un calciatore. Andavo in cerca della maggior quantità di informazioni possibile, mi sforzavo di leggere di calcio su giornali stranieri, e mi interessava condividerlo con gli altri.

Quanto era difficile in un regime chiuso e dittatoriale?
Volevo sapere tutto quello che succedeva, perché e come. Sono sempre stato attento alla gente ai loro problemi, ai loro comportamenti. Ho imparato lingue, volevo cambiare ed evitare la routine. La curiosità mi ha dato entusiasmo. Dopo il 1989, quando cadde il comunismo, molti non avevano niente, nemmeno un posto dove vivere. Non sapevano cosa fare. Non erano preparati per un nuovo sistema sociale, quello capitalista. Fu uno shock per un’intera generazione di calciatori. Non per me, perché mi piaceva studiare e vidi un futuro in cui avrei potuto continuare a imparare e a evolvermi.
Il Lucescu allenatore avrebbe voluto il Lucescu giocatore nella sua squadra?
Senza dubbi. Ho sempre fatto affidamento sull’intelligenza del calciatore, non sui suoi piedi. È questo quello che cerco: un giocatore intelligente, un buon professionista, educato, che si comporta bene. Anche quando ho fatto cose che non mi erano richieste come calciatore, ho sempre agito in funzione del bene della squadra e non ho mai creato problemi di nessun tipo. 

Il Mondiale del 1970 è stato il miglior momento da calciatore?
Per noi rumeni è stato fantastico. In quel Mondiale c’erano solo 16 squadre, e si giocò un gran calcio. Non posso dimenticare che squadra aveva il Brasile, con una qualità fuori dal mondo. Tutto quello che successe in quel Mondiale mi è stato di aiuto. Fu molto difficile uscire dalla Romania comunista, dove quasi non c’era informazione. Per i calciatori uscire dal Paese e vedere cosa c’era fuori… fu pazzesco! Davvero pazzesco! Mi resi conto che non era sufficiente stare lì, dovevo approfittarne il più possibile. Prima del torneo, svolgemmo la preparazione in Brasile, dove facemmo la conoscenza delle stelle di quella Nazionale, che arrivarono in hotel per i test medici. Parlammo anche con Pelé. Fu fantastico.

All’inizio qual era la sua filosofia da allenatore?
Il talento è ovunque, questa è la mia idea. Ma serve educarlo. Quando divenni allenatore in Romania ero solito portare i giocatori all’estero. Una volta viaggiammo in autobus per tutta l’Italia, dal nord alla Sicilia. Volevo che i miei giocatori facessero il più possibile esperienza sia in ambito umano che calcistico. Nel regime comunista, ogni volta che volevo uscire dal Paese con la squadra avevamo problemi con i visti. Le autorità temevano che alcuni giocatori potessero lasciare per sempre il Paese. Io stesso ero solito chiedere aiuto ai politici. Era più facile a Hunedoara (dove iniziò come allenatore, tra il 1979 e il 1981, ndr), una piccola località. Ero amico del capo locale della Securitate (i servizi segreti comunisti della Romania, ndr) e perciò non mi creavano problemi. Prendevo i giocatori sotto la mia responsabilità e li portavo fuori dal Paese.

Ha portato la Romania per la prima volta alla fase finale di un Europeo, nel 1984. Cosa ricorda?
Prima del torneo ero in Italia. Ricordo che non avevamo maglie e pantaloncini, così comprai 25 paia per ogni giocatore. Erano celeste! Un amico italiano mi aiutò perché non avevamo budget. Prima degli Europei, organizzai una gita turistica a Parigi. Mostrai ai giocatori tutte le attrazioni turistiche. È quello che faccio con tutte le mie squadre quando siamo in trasferta: li porto in giro per la città, ovunque giochiamo.
Come è cambiato, negli anni, il modo di lavorare con i giocatori?
Con il tempo è diventato più complicato. Quando ho iniziato la mia carriera di allenatore, avevo un’età più vicina a quella dei giocatori. È stato il periodo migliore in quanto a formare giocatori, persone. E poi c’è il mio periodo con lo Shakhtar, con i brasiliani. Sono ancora uniti, hanno una stretta relazione. Quando fai le cose in questo modo, è molto probabile ottenere successi. Sono convinto che lo stesso è successo a Barcellona, con un gruppo fantastico di giocatori che ha collezionato vittorie con il club negli ultimi 15 anni. Quando questi calciatori sono cresciuti nessuno è stato capace di integrarsi in questo gruppo, nemmeno arrivando dalla migliore cantera del mondo. Questo gruppo aveva una struttura, un’organizzazione, uno stile di gioco, e, soprattutto, era basato sull’amicizia. Questo unisce i giocatori. Dov’è oggi il vivaio del Barça? Continuano a fare le stesse cose e lavorano bene, ma i risultati non si possono paragonare, vero?

Quale direbbe sia il segreto nel riuscire a creare una squadra vincente?
Se hai un gruppo di sei-sette giocatori della stessa età, con gli stessi interessi, che sono amici e che hanno un allenatore con mentalità vincente, non avrai nessun problema. Ci sono due modi di vincere: i soldi e lo sviluppo dei giovani. Se scegli il primo, avrai una squadra finché ci sarà il denaro. Un filosofo una volta ha detto che il nostro destino è l’abilità di anticipare le cose. E penso che questa sia una delle mie qualità migliori, la capacità di anticipare con successo le situazioni.
È stato allenatore di Simeone nel Pisa. Com’era?
Tecnicamente una catastrofe. Ma aveva un grande cuore ed era molto, molto intelligente. Era molto ambizioso. Perfezionò la sua tecnica e, soprattutto, la sua cultura calcistica. Era un attaccante che giocava dietro una punta, ma non aveva le qualità sufficienti per giocare in quella posizione. Non aveva un gran dribbling, né facilità di tiro, ma aveva un gran senso del gioco. Ripeto, era molto intelligente. Non mi ha sorpreso la sua carriera da calciatore nell’Atlético e nell’Inter, e quello che ha vinto da allenatore. Era un bravo comunicatore, aveva un ottimo rapporto con i suoi compagni. Siamo amici, lo rispetto e lo apprezzo molto. È un piacere incontrarlo ogni volta che ne ho occasione.

Adriano Bacconi, suo preparatore fisico nel Pisa e nel Brescia, dice che lei ha rivoluzionato il mondo del calcio con la sua idea di analisi in profondità delle partite.
La Serie A aveva osservatori che vedevano le partite e scrivevano le loro impressioni. Iniziammo ad analizzare gli incontri mediante parametri molto chiari. Sviluppammo un sistema di analisi del gioco, con profili di ogni giocatore. Non era comune che le squadre riprendessero le partite. Analizzavamo anche le nostre sessioni di allenamento. Fornivamo ai giocatori solo le indicazioni che erano strettamente necessarie per loro. Bacconi ebbe l’idea di mettere sotto contratto due specialisti di tecnologia dell’informazione che elaborarono un software per facilitare le cose. Quando me ne andai, lo sviluppò e lo vendette alla Panini per una grossa cifra. Questo software ha raccolto molti soldi, nessuno lo faceva prima che lo creassimo. Sacchi lo vide, gli piacque e lo utilizzò nel Mondiale del 1994. Poi è diventato comune. È stato stupido non brevettare quest’idea. Ora sarei multimilionario, probabilmente (ride, ndr).

Nel 1998 ebbe l’opportunità di allenare l’Inter. Perché durò così poco? Fu per via delle liti tra i giocatori?
Moratti disse che ero stato l’unico capace di capire Baggio e che ero il suo allenatore preferito. L’Inter segnò 25 gol in cinque partite casalinghe, giocavamo un calcio molto offensivo. Però i giornali scrivevano che Lippi avrebbe preso la squadra a fine stagione. Feci un passo indietro. Moratti non mi esonerò, ero a New York e parlammo al telefono. Gli comunicai la mia decisione. L’Inter allora prese Hodgson, che guidò la squadra fino all’arrivo di Lippi. Moratti era affascinato dai numeri dieci, come tutti i presidenti. A tal punto da averne quattro in squadra (ride, ndr). Era molto difficile farli giocare tutti insieme. Impossibile!
Pensa di non essere riuscito a gestire la situazione?
Penso che fui scottato dalla popolarità di alcuni dei miei giocatori. Non ero io. Fui sopraffatto dalla loro personalità. Non avrei dovuto accettare quello che faceva Ronaldo. Rimaneva sveglio fino a tarda notte: tutti lo sapevano, nessuno faceva niente. Aveva una relazione speciale con il presidente, che lo ammirava molto. Per questo me ne andai. Quando giocammo in Champions contro il Manchester United, feci entrare Ventola al posto di Ronaldo. Voleva giocare, ma non si allenava, perciò lo cambiai. Dallo stadio, andò direttamente all’aeroporto e partì per il Brasile. Quando chiesi spiegazioni, gli uomini della società mi dissero che il presidente glielo permetteva perché la madre era malata. Durante il carnevale, era ancora andato a Rio. Era un piacere vederlo giocare. Un piacere assoluto. Sfortunatamente, l’ho potuto allenare solo per poco tempo. 

Lo Shakhtar è stata la squadra a cui sono legate la maggior parte delle sue emozioni?
Lo Shakhtar Donetsk occupa una parte importante del mio cuore. In Turchia (Galatasaray, Besiktas, ndr) mi sono trovato molto bene per il rapporto con i tifosi, per il clima calcistico, ma lo Shakhtar era un’altra cosa. Mi riempie di soddisfazione il fatto di essere riusciti a riscostruire la squadra per tre volte. C’erano giocatori che partivano, altri che arrivavano, prestavamo attenzione al minimo dettaglio e facemmo in modo che le cose funzionassero. Il presidente Ajmétov svolse un ruolo chiave, è un uomo molto intelligente. Non ha mai preso decisioni sull’onda dell’emotività. Sarebbe stato tutto profondamente diverso se lo Shakhtar non fosse stato obbligato a lasciare l’Ucraina dopo l’inizio del conflitto del Donbass. Ajmétov riparò a Kiev, ma non ha mai abbandonato il Paese. La mia maggior soddisfazione dopo tutto questo tempo nello Shakhtar è stato vedere cinque ex giocatori nella Nazionale brasiliana. Uno o due… può trattarsi di un caso. Ma cinque? La avverto come una ricompensa per il mio lavoro. Spero che facciano qualcosa di importante al Mondiale in Russia.

Qual è il tipo di giocatore con cui le piace lavorare?
Il talento senza educazione non è sufficiente. Un giocatore deve saper prendere le migliori decisioni. Un calciatore creativo è molto più che semplice improvvisazione e talento. È un prodotto finito, è un uomo che ha aggiunto molte altre cose al suo talento. Ultimamente mi sono appassionato a Kylian Mbappé. Ha colpi fantastici ma ha bisogno di lavorare con qualcuno che lo aiuti a esplodere completamente nei prossimi anni, che lo guidi. Ha bisogno di trasformarsi in un giocatore nel vero senso della parola. Fernandinho, Willian, Alex Teixeira o Douglas Costa sono esempi di calciatori estremamente talentuosi che sono riusciti a diventare giocatori completi.

La guerra in Ucraina stava per privare il campionato dei suoi migliori calciatori stranieri.
I procuratori hanno provato a portar via i giocatori dalla squadra. Una notte mi hanno svegliato alle due di notte: “I giocatori vogliono andare via”. Mi arrabbiai molto. Dissi ai ragazzi che avrei fatto tutto il possibile per aiutarli a passare in una grande squadra, come ho sempre fatto. Ma non in questo modo… non fuggendo! Lo Shakhtar, da parte sua, meritava rispetto. Sono stato fortunato perché sono riuscito a convincere a rimanere quelli di cui avevo bisogno. Avevamo giocatori sufficientemente all’altezza per vincere la Supercoppa contro la Dinamo Kiev, 2-0, senza sei titolari. Dissi ai giocatori che gli agenti avevano bisogno solo di due o tre di loro, mentre gli altri avrebbero fatto fatica. Uno a uno, i ragazzi tornarono. La sera prima della Supercoppa contro la Dinamo fu incredibile. I giocatori si scusarono, si resero conto di quanto fosse seria la situazione.

Fernandinho, Mkhytarian e Willian sono finiti in Premier League. Alex Teixeira ha ricevuto una grande offerta dal Liverpool ma ha scelto i soldi cinesi. È stato un errore?
No! I calciatori hanno carriere brevi, organizzano la loro vita intorno alla passione e al talento. Hanno abbandonato la scuola, è normale che vogliano guadagnare. Se il Liverpool avesse pagato lo stesso che il club cinese ha pagato allo Shakhtar, Alex lo avrebbe scelto senza dubbi. Non va dimenticato che il presidente è un uomo d’affari, prima di tutto. Sono convinto che tornerà in Europa, è questione di tempo. Penso che il legame tra il Jiangsu e l’Inter lo porterà al Meazza. Gli parlerò, lo convincerò a tornare in Europa, dove può mettersi in mostra.

E lei? Andrà in Cina o negli Emirati?
Mi piacerebbe lavorare in Cina. Ero nella stessa lista di Capello per allenare il Jiangsu Suning. Mi piace la passione che c’è in Cina, è fantastica. Gli stadi sono pieni, i tifosi incitano la squadra, gli allenatori sono molto preparati. Ci sono solo tre o quattro stranieri, il resto sono cinesi. Puoi crescere la squadra basandoti sui giocatori locali. Proprio quello che mi piace! Non come una squadra in cui 16 giocatori si sentono Pelé e si atteggiano da superstar. Ah, a proposito: è il motivo per cui do sempre la formazione iniziale un’ora e mezza prima della partita. Non mi piace vedere teste basse. Di norma, parlo della partita, solo dopo dico ai ragazzi chi gioca. Se lo dicessi prima, quelli che non giocano non presterebbero attenzione a quello che dico.

Come riusciva sempre a rimpiazzare i giocatori che lasciavano lo Shakhtar?
Nello Shakhtar avevo sempre le mie riserve pronte in caso di partenza di giocatori importanti. Non volevo metter loro pressione. Ai giovani concedevo 20 minuti, poi 30 e solo dopo diventavano titolari. In modo che capissero che tutto seguiva una logica.
Che significa pronti? Cosa faceva per tenerli preparati?
Facevo in modo di avere un altro campionato, ogni anno, per i miei giocatori. Durante i miei 12 anni con lo Shakhtar, abbiamo giocato 275 amichevoli in giro per il mondo. Uno dei miei, Jadson, diceva di avere l’impressione che mi piacesse da matti viaggiare in aereo (ride, ndr). Approfittavo di ogni pausa di campionato. Prestavo alle amichevoli la stessa attenzione delle partite ufficiali. Davo due giorni liberi ai giocatori e dopo tornavamo al lavoro, avevano bisogno di esperienza a livello internazionale. Il momento più importante per un calciatore è tra i 18 e i 21 anni, quando un giocatore plasma se stesso. Non ho mai messo i risultati al primo posto. Volevo costruire una squadra, formare i giocatori basandomi sulle mie idee.

Lo Shakhtar tornerà al livello che aveva prima dell’inizio del conflitto?
Non credo. Si è sgretolato tutto. I giocatori hanno bisogno della forza degli avversari, altrimenti si rilassano. Il rilassamento significa meno allenamento, e meno allenamento vuol dire perdere qualità. Volevo costruire una squadra in base alle mie idee, è il mio modello di leadership: per questo è durato tanto, sono stato fedele ai miei principi. Forse sono l’unico allenatore al mondo che non ha mai avuto un anno sabbatico.

Questa intervista è stata pubblicata da Panenka e poi su Undici n° 19, uscito a fine 2017
Foto di Sasha Maslov
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