Tutti in piedi per i dribbling di Lamine Yamal, sempre e comunque. Ma che dire di quell’attaccante argentino che prende palla sulla propria trequarti, corre come un mastino di centrocampo per trenta metri, scodella un assist alla Pirlo e provoca l’espulsione – Cubarsì che frana addosso a Simeone Jr. – che spariglia le carte del Barcellona? Tutto questo senza nemmeno contare il gesto più bello, arrivato subito dopo: il calcio di punizione dalla distanza, quasi senza rincorsa, con il pallone spedito esattamente sotto l’incrocio dei pali. Un gioiello che gela il pubblico del Camp Nou e sposta i riflettori della notte di Champions sull’estro di Julián Álvarez. Il simbolo di questo Atlético corsaro, la genialità in sordina di un calcio che vive di troppi highlights. Ecco. Per una volta Julián mette d’accordo chiunque.
In quei due minuti di exploit c’è tutto il repertorio di un centravanti straordinariamente completo. Dinamico, rapido, puntuale. Attento lettore del gioco, dotato di tecnica sopraffina e una gran fisicità maturata nel tempo – soltanto quella di Haaland, inevitabilmente, ai tempi del City, lo teneva indietro nelle gerarchie. Il bello di Álvarez è che a 26 anni non c’è cosa che non sappia fare. E vive il calcio con l’eccezionale leggerezza di chi alla sua età ha già vinto tutto. No, non è un’iperbole. È esattamente così: Champions, Premier League, Mondiali, due volte la Coppa America. C’è chi obietta che sia un attaccante fin troppo altruista, non in difetto di killer instinct ma non sempre presente sotto porta. Eppure ha già segnato oltre 150 gol in carriera, pur essendo titolare in un top club soltanto da due stagioni. Come sostituto-jolly, anche nell’Argentina del trionfo in Qatar, aveva precocemente dimostrato di essere infallibile. Oggi, in questo Atlético, ribadisce ogni giorno di essere imprescindibile.
«Stavamo aspettando soltanto un momento del genere: Julián che prende palla e scappa via», dice sorridendo Diego Simeone nel postpartita del Camp Nou. «Ha fatto uno scatto eccellente, un assist sontuoso e un gol spettacolare». Negli ultimi tempi – non semplicissimi per i Colchoneros, tra l’altro – si sono moltiplicate le voci riguardo a un suo possibile addio da Madrid nel breve termine. Mentre Álvarez sorrideva con in mano la palma di Mvp della serata, il presidente del club Enrique Cerezo ha tagliato corto: «Julián ha un contratto». E, rendimento alla mano, lo sta onorando alla grandissima.
Magari il Cholismo non è la filosofia calcistica che esalta al meglio le sue caratteristiche creative, ma dalle parti del Metropolitano Álvarez resta un totem. Di più: il leader tecnico di una squadra densa di talento, incastonato all’interno di un sistema di calcio ben preciso e che però, attorno a Simeone, per molti vive un progressivo declino. Il mercoledì di coppa ha parlato in senso opposto: mai a dare questo Atleti per finito. Soprattutto in assenza di un ultimo tango chiamato Champions League, che per i Colchoneros del presente si è rivelato più volte maledetto. Ci voleva un altro argentino per farli tornare a sognare. Osando laddove s’addentrano soltanto i grandissimi. Anzi, talvolta nemmeno loro: nel finale di partita, da posizione analoga alla mattonella di Julián, Yamal ha preferito scodellare il pallone a centro area. E nulla di fatto. Era decisamente la notte di Álvarez. Ormai uscito dall’ombra di Messi, di Haaland, perfino di sé stesso. Soltanto luci ed eurogol.