Le squadre del Brasileirão hanno esonerato dieci allenatori nelle prime dieci giornate di campionato, ed è una cosa normalissima, che succede da sempre

Alla base di questo ricambio continuo ci sono problematiche di sistema, quindi economiche, ma anche prettamente culturali.
di Redazione Undici 21 Aprile 2026 alle 15:04

Il Brasileirão è iniziato da poco, dieci giornate in tutto, eppure siamo già a quota dieci allenatori esonerati. Da dieci squadre diverse. In particolare: l’Atlético Mineiro ha sostituito Jorge Sampaoli con Eduardo Domínguez, il Botafogo ha sostituito Martín Anselmi con Fanclim Carvalho, la Chapecoense ha sostituito Gílmar Dal Pozzo con Fábio Matias, il Corinthians ha sostituito Dorival Júnior con Fernando Díniz, il Cruzeiro ha sostituito Tite con Artur Jorge, il Flamengo ha sostituito Filipe Luís con Leonardo Jardim, il Remo ha sostituoito Juan Carlos Osorio con Léo Condé, il Santos ha sostituito Juan Pablo Vojvoda con Cuca, il São Paulo ha sostiuito Hernán Creco con Roger Machado, il Vasco da Gama ha sostituito Fernando Diniz con Renato Gaúcho.

Questo elenco di nomi sembra avere scarsa rilevanza giornalistica, ma in realtà serve a capire come funziona il calcio brasiliano. Intanto perché Fernando Díniz è presente due volte, come tecnico esonerato dal Vasco da Gama e come sostituto di Dorival Júnior al Corinthians. E poi perché sono presenti allenatori come Renato Gaúcho e Tite, che hanno carriere lunghissime e sviluppatesi in tante squadre diverse. Per dire: Renato è alla sua terza esperienza con il Vasco da Gama, e oltre al club di Rio ha guidato il Fluminense (in sei periodi diversi), il Bahia, il Grémio (in quatro periodi diversi), l’Atlético Paranaense e il Flamengo; Tite, invece, è un allenatore professionista da 35 anni e ha guidato 15 club brasiliani diversi, tra cui il Grémio, il Corinthians (in tre periodi diversi), il Pameiras, l’Internacional e il Flamengo.

E quindi la situazione borderline di quest’anno, in realtà, non è una situazione borderline. Nel senso che gli allenatori brasiliani convivono da sempre con questo continuo ricambio. Luís Conte, agente indipendente intervistato da Diário As, ha spiegato che «gli esoneri e le assunzioni dei tecnici in Brasile sono legate alla cultura calcistica locale: i tifosi, la stampa e le stesse società mettono un’enorme pressione sulle spalle di chi va in panchina, i risultati devono arrivare in tempi rapidi se non addirittura immediati. Pochissimi club hanno la pazienza di costruire un reale progetto a medio-lungo termine». Ma non solo: anche gli stessi tecnici, da parte loro, contribuiscono a creare un ecosistema estremamente volatile: «Anche loro vogliono crescere in fretta», aggiunge Conte. «Se un allenatore ottiene una promozione o si mette in mostra nelle serie inferiori, le squadre del Brasileirão lo vorranno subito, e lui vorrà andarsene per uno stipendio più alto o per aggiungere quell’esperienza al suo curriculum. Il fatto, però, è che i risultati saranno decisivi anche per lui».

Ma quali sono le motivazioni alla base di questa cultura calcistica così volubile? Intanto ci sono degli aspetti strutturali: nella maggior parte dei casi, le giunte che guidano i club si formano dopo un voto popolare, nel senso che i dirigenti vengono elette dai soci/tifosi chiamati alle urne e quindi sono perennemente in modalità “campagna elettorale”. In una situazione del genere, l’unico modo per essere confermati, banalmente, è vincere le partite. C’è poi il mercato dei calciatori: i giovani talenti brasiliani vengono “rubati” dalle squadre europee (e adesso anche asiatiche) non appena manifestano le loro qualità, quindi è praticamente impossibile impostare un progetto con un orizzonte che vada oltre la singola stagione, se va bene. Infine, ma non è un aspetto secondario, c’è un vero e proprio effetto-spirale: visto che, come detto e dimostrato in precedenza, gli allenatori vengono esonerati e richiamati continuamente, i club non ci pensano più di tanto quando si tratta di esonerarne uno e tenerlo a libro paga. La situazione, di fatto, si risolve da sola.

Di conseguenza, inevitabilmente, gli stessi contratti firmati dai tecnici sono brevi, privi di clausole rescissorie: un ulteriore incentivo, per i club, a cambiare guida tecnica non appena viene fuori un problema. Che sia di risultati o di compatibilità con la dirigenza o l’ambiente. Filipe Luís, tanto per fare un esempio pesante, ha lasciato il Flamengo dopo aver conquistato sette trofei in 103 gare da allenatore della prima squadra. Chi segue il club rubronegro ha detto/scritto che ci sono stati dei dissapori tra allenatore e società, ma il punto è che se fai l’allenatore, in Brasile, il tuo lavoro non è mai davvero al sicuro. Al punto che il caso di Abel Ferreira, allenatore del Palmeiras dal 30 ottobre 2020, è considerato isolato se non addirittura irripetibile.

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