La rimonta dell’Inter contro il Como in Coppa Italia non è soltanto un risultato pesante, un successo che spiana la strada nel percorso verso un trofeo. È qualcosa di più profondo, quasi una dichiarazione d’identità. Ancora una volta, quella di Chivu ha dimostrato di essere squadra che, anche se va sotto di due gol, anche che sembra improvvisamente fragile, riesce a trovare dentro di sé le energie per ribaltare tutto. Questa Inter ha costruito, partita dopo partita, una certezza: nelle difficoltà non si scioglie, piuttosto si compatta. Lo aveva già dimostrato nove giorni fa proprio a Como, quando era riuscita a rimontare un altro doppio svantaggio pesante in un contesto complicato. Lo ha ribadito nella semifinale di ritorno di Coppa Italia, trasformando una serata che rischiava di diventare un incubo in un’altra prova di forza. Tecnica e mentale.
Il dato più impressionante non è solo la rimonta in sé, ma il modo in cui è arrivata, l’impeto che ci hanno messo i nerazzurri. Sotto di due gol, i giocatori di Chivu hanno mostrato una consapevolezza che va oltre il singolo episodio che ribalta l’andamento della gara. Poi ci sono i leader: Marcus Thuram, Hakan Çalhanoğlu e Nicolò Barella sono ormai i riferimenti tecnici ed emotivi di questa Inter. Non solo per quello che producono sul campo, ma per il peso che hanno nei momenti decisivi. Anche contro il Como, nella notte di San Siro, sono stati proprio loro a dare la scossa, a trascinare il gruppo fuori dalle difficoltà.
Ma questa Inter non vive soltanto dei suoi uomini più rappresentativi. La forza vera sta nella profondità della rosa e nella capacità di tutti di sentirsi protagonisti. A Como era stato Denzel Dumfries a risultare decisivo, con una prestazione fatta di strappi e concretezza. Nel return match della semifinale, invece, il nome e le immagini che restano sono quelle di Petar Sučić, autore del terzo gol, che ha saputo incidere in un momento chiave della partita. Sono lampi che raccontano di una squadra in cui ognuno è pronto a fare la differenza: c’è un gruppo che funziona, che si sostiene, che cresce insieme.
Il punto è che, fino a pochi mesi fa, il quadro era completamente diverso. L’estate dell’Inter era stata segnata da dubbi profondi. Lo scudetto perso nel finale della scorsa stagione aveva lasciato strascichi, ma soprattutto era stata la finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain a lasciare ferite difficili da rimarginare. Quel 5-0 aveva dato l’impressione di una squadra arrivata al limite, quasi svuotata. Non a caso, si era parlato apertamente di fine ciclo. Dopo l’addio di Inzaghi, la società aveva iniziato a guardarsi intorno, valutando anche profili diversi per la panchina. Poi la scelta è ricaduta così su Cristian Chivu. Una decisione che, inizialmente, era stata accolta con scetticismo. Non tanto per il valore dell’uomo, quanto per la sua scarsa esperienza in Serie A (13 partite con il Parma) e la difficoltà del compito: prendere una squadra ferita e ricostruirla quasi da zero, soprattutto nella testa.
Chivu, però, ha lavorato proprio su quello. Ha riportato serenità, ha ridato fiducia a un gruppo che sembrava aver smarrito le proprie certezze. Ha costruito una squadra forse meno spettacolare in senso assoluto, ma più forte mentalmente. Oggi si vede: l’Inter non si abbatte più, non perde la bussola, non si lascia trascinare dagli episodi negativi. Qualche giorno fa, lo stesso Chivu aveva ricordato come, in estate, molti dessero l’Inter già fuori dai giochi. Alcuni si erano spinti addirittura a prevedere un piazzamento a metà classifica, se non peggio. Parole che oggi suonano quasi surreali.
La realtà è completamente diversa. L’Inter sta dominando il campionato e adesso anche. La Coppa Italia è diventata un obiettivo concreto. Le possibilità di centrare una doppietta storica accendono inevitabilmente il confronto con il passato. Nella storia del club, infatti, solo una volta l’Inter è riuscita a vincere campionato e coppa nella stessa stagione: nel 2010, sotto la guida di José Mourinho. E Christian Chivu era uno dei protagonisti in campo. Oggi, 16 anni dopo, Chivu potrebbe riuscirci da allenatore. Sarebbe una storia perfetta, quasi simbolica. Ma al di là dei paragoni, quello che colpisce è il percorso. Questa Inter non è nata vincente: lo è diventata, attraverso il lavoro, la sofferenza e la capacità di reagire.
La rimonta contro il Como è l’immagine perfetta di tutto questo. I nerazzuri hanno imparato a non avere paura. Sanno che, anche quando le cose si complicano, esiste sempre una strada per tornare in partita. Sanno che possono contare sui loro leader, ma anche su chi entra dalla panchina. Sanno che la difficoltà non è un limite, ma una sfida. La stagione non è ancora finita, ma una cosa è chiara: questa squadra ha costruito qualcosa di solido, qualcosa che va oltre il risultato della singola partita: ha costruito una mentalità.