Grazie a Mission 44 di Lewis Hamilton, adesso la Formula Uno e il motorsport sono decisamente più inclusivi nei confronti di minoranze svantaggiate

Un segmento di popolazione finora sottorappresentato, e che il background etnico e culturale del ferrarista può soltanto aiutare a crescere.
di Redazione Undici 29 Aprile 2026 alle 20:30

Si può essere campioni dentro e fuori dal circuito. Lewis Hamilton, dall’alto dei suoi sette titoli iridati, ha dimostrato più volte di esserlo in entrambi i contesti: magari le cose in Ferrari non stanno procedendo come si auguravano i tifosi, ma dietro le quinte il campione inglese sta continuando a tagliare traguardi importanti. E Mission 44, la sua fondazione ideata a sostegno delle comunità svantaggiate, sta iniziando ad avere un notevole impatto nel mondo dei motori.

“Il talento è ovunque, l’occasione per dimostrarlo invece no e noi siamo qui per cambiare questo”, ha spiegato Lewis a proposito dell’ente istituito cinque anni fa. “Lavoro nella Formula 1 da vent’anni. E so in prima persona quanto sia importante avere un’adeguata rappresentazione nel nostro sport. E quanto sia difficile per i giovani ottenere quell’opportunità”. Soprattutto se provengono da realtà difficili, da retroterra etnici o culturali differenti dalla maggior parte dei casi. Lo stesso Hamilton è in questo senso un outlier: di origini caraibiche da parte del padre, vittima di razzismo e bullismo durante l’infanzia proprio a causa della sua appartenenza a una minoranza.

Ci sono poi le barriere simboliche della stessa Formula 1, da sempre uno sport elitario a partire dalla selezione dei piloti. Ancora oggi Hamilton resta il primo e unico pilota nero ad aver gareggiato e vinto nel circuito: in termini statistici un dato scoraggiante, quando siamo nel 2026. Per questo lui da anni lavora per capire le cause di questa dinamica, cercando di reindirizzarla verso nuove opportunità per i protagonisti del futuro: lo scopo di Mission 44 è creare piattaforme di supporto, a partire dai bambini in età scolare sotto la soglia di povertà e cresciuti in contesti socialmente disagiati. Senza modelli, senza punti di riferimento, senza le nozioni tecniche o matematiche che in ogni caso servono come il pane per intraprendere una carriera nel motorsport.

Hamilton ci ha investito tempo e denaro – oltre 20 milioni di sterline –, puntando su network di istruzione inclusiva e meccanismi di scouting ben strutturati. Nel giro di poco, Mission 44 è riuscita a coinvolgere più di mezzo milione di giovani in giro per il mondo, aiutandoli nel loro percorso di crescità al di là del sogno nel cassetto – che può essere una pole position alla guida della rossa, ma non solo. Per avere un maggior impatto diretto sul mondo della Formula 1, dal 2022 Mission 44 ha anche lanciato una scolarship in collaborazione con la Royal Academy of Engineering, nel Regno Unito, per coprire i costi della retta universitaria per gli studenti neri o di altre minoranze etniche iscritti al master di Ingegneria del motorsport. Quest’anno la somma dei finanziamenti arriva a 43mila dollari a persona: cifre e progetti in grado di cambiare la vita e la carriera di tantissimi giovani.

“L’impatto di Lewis è stato una sveglia per l’intero sistema, creando la consapevolezza collettiva dell’esistenza di questo problema”, raccontano oggi gli studenti beneficiari. “Mettendo in gioco il suo nome, al servizio di queste iniziative, la reputazione di Hamilton si è rafforzata ancora di più, creando ulteriori impulsi per pensare in grande”. E lui stesso ribadisce che questo è soltanto l’inizio. “Vedere i risultati di questa iniziativa offre ulteriori stimoli e ispirazioni: alcuni dei nostri ragazzi stanno già iniziando i loro percorsi in Formula 1. La loro voglia ci ricorda ogni giorno perché questo lavoro conta. Il futuro del nostro sport dipende su chi apre le porte nel presente”. Abbattendo le barriera che una volta, da ragazzino, il campione di domani si era ritrovato ad affrontare. Mica un lascito da poco.

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