Lontanissimi i tempi di Edmilson, Andrés D’Alessandro, David Villa o Frank Rijkard – ebbene sì, perfino l’asso olandese aveva giocato dalle parti della Romareda, prima di approdare al Milan. Oggi il Real Saragozza è la pallida ombra della sua storia: da diverse stagioni impantanato in Segunda División, quest’anno a un passo da una traumatica retrocessione. Parliamo infatti di un club ricco di prestigio, nelle gerarchie del calcio spagnolo. Ed è dal 1949 che non milita in terza serie, arricchendo la sua bacheca con sei Coppe del Re e una Supercoppa di Spagna. Eppure questo potrebbe essere il prossimo destino dei Blanquillos: penultimi in classifica – retrocedono le ultime quattro –, con quattro partite da giocare e la salvezza diretta che dista tre punti e altrettante squadre in graduatoria.
Una situazione scoraggiante e del tutto inaspettata: anche in termini di valore di mercato, la rosa del Saragozza non si presentava certo con velleità da lotta al vertice – 22 milioni di euro, decima a questa voce in campionato – ma aveva l’obiettivo dichiarato di migliorare l’affannosa salvezza della passata stagione, chiusa al 18esimo posto. Quei 51 punti, contro i 35 attuali, invece sono già senz’altro migliori di qualunque bottino odierno. E il paradosso è che dietro l’area tecnica, a tenere le redini del club, dal 2022 c’è un ricco fondo d’investimento americano guidato da Jorge Mas, un miliardario cubano.
Si pensava fosse l’inizio della risalita per il Real, che vivacchia in Segunda sin dal 2013. Eppure le cose sono peggiorate in modo inesorabile: decimo posto nel 2022, 13esimo nel 2023, 15esimo nel 2024 e 18esimo nel 2025. Sul piatto c’è anche un grosso progetto per realizzare un nuovo stadio, a raccogliere il testimone della vecchia Romareda in vista dei Mondiali che la Spagna co-ospiterà nel 2030. Insomma, il classico progetto di rilancio dalle grande ambizioni. I lavori sono già avviati, per un costo stimato da 160 milioni di euro, e il paradosso è che il Real Saragozza si ritrovi presto con un impianto da Champions League e una squadra da Primera Federación – come oggi si chiama la terza serie spagnola.
La rottura tra club e tifosi è ormai totale, con la dirigenza accusata di essere totalmente assente e interessante al Real soltanto a fini speculativi. E sul campo i Blanquillos accusano sempre di più la pressione: nelle ultime due giornate hanno perso per 1-0 due scontri decisivi contro Huesca e Granada – il primo dei quali contraddistinto dall’espulsione à la Soviero del portiere Esteban Andrada, con conseguente squalifica di 13 giornate e immagini incommentabili che hanno fatto il giro del web. Un po’ la sintesi della frustrazione generale. In questo 2025/26 la squadra, in totale confusione tecnica e caratteriale, finora ha cambiato tre allenatori e in campionato ha collezionato appena due punti negli ultimi due mesi.
A Saragozza si parla così di retrocessione già scritta, di progetto sportivo al capolinea, di addio al calcio professionistico dopo 93 anni di storia – fino agli Settanta infatti la Tercera División non aveva carattere dilettantistico. E rispetto ad altri brutti tracolli calcistici di questi tempi, il Real ha avuto a che fare con un declino lento ma inesorabile. L’ultima stagione dell’illusione di grandezza era arrivata nel 2004: i gol di Dani, Villa e Galletti sconfissero il Real Madrid dei Galacticos ai supplementari – reti di Beckham e Roberto Carlos –, portando sulle rive dell’Ebro una splendida Coppa del Re. Pochi mesi dopo il Saragozza si ripete e vince la Supercoppa contro il Valencia di Claudio Ranieri. A oggi è il suo ultimo trofeo. E nessuno avrebbe immaginato il triste epilogo della vicenda, anche se manca ancora la parola fine.