Se non altro c’è un gran vantaggio di tempo. E forse una focalizzazione esclusiva sul gruppo squadra che non molto tempo fa, nella Nazionale dei Tre Leoni, risultava difficile. Fatto sta che Thomas Tuchel si sta rivelando un allenatore puro, quasi essenziale – chiedete a Harry Maguire, depennato dalla lista dei convocati senza troppi complimenti. In totale discontinuità rispetto al factotum che era stato Gareth Southgate come suo predecessore: è segno dei tempi che corrono, ma anche di una cesura rispetto al passato che l’Inghilterra si augura proficua per l’appuntamento più importante. Spezzando un tabù che dura ormai da sessant’anni.
La differenza tra le due gestioni è in buona parte naturale. Sir Gareth Southgate non è semplicemente il commissario tecnico che ha riportato gli inglesi sulla mappa del calcio globale – due finali europee e una semifinale mondiale – dopo anni di vacche magre. Ma è soprattutto un uomo fin troppo legato alle sorti sportive del suo Paese: sin da quel fatidico rigore sbagliato a Wembley nel ’96, in finale contro la Germania, per poi mai lasciare davvero la Nazionale anche una volta diventato allenatore. Prima dell’Under 21, poi dei big, cercando di riabilitare la reputazione dell’Inghilterra a trecentosessanta gradi. Come racconta The Athletic in questo articolo, «la sua era una vocazione, qualcosa di più grande» rispetto al semplice ruolo del ct. E infatti Southgate controllava e misurava ogni cosa attorno al gruppo squadra, ben oltre gli allenamenti.
Tuchel invece è un pragmatico. Un pragmatico riconoscente, perché si è presentato dicendo che senza il lavoro svolto da Southgate non sarebbe stato possibile, per lui, confidare ai suoi giocatori che l’obiettivo sarebbe stato “mettere la seconda stella sul petto”. Fissata l’asticella, da buon professionista, il tedesco si è invece concentrato sulle sue mansioni di allenatore. Come se l’Inghilterra fosse un top club come un altro – e su questo forse Southgate avrebbe qualcosa da ridire. “Non avevo idea di come mi avrebbe fatto sentire questo lavoro: volevo semplicemente restare vicino all’orbita della Premier League”, ha spiegato Tuchel in questi mesi.
L’ex Chelsea e PSG l’aveva messo in chiaro sin dall’inizio: qui lui sarebbe stato un semplice head coach, non un manager. “Penso che le occasioni migliori si costruiscono mantenendo l’attenzione sul semplice calcio giocato: magari posso nascondermi un po’ dietro il fatto di non essere inglese, e di non parlare di tutto ciò che accade in questo Paese, con il dovuto rispetto. Eppure aiuta me e i ragazzi a concentrarci”. Non è una semplice distinzione di lessico, ma una piccola rivoluzione che l’Inghilterra sta sperimentando anche a livello di club. Fino a un decennio fa, infatti, le panchine della Premier League erano dominate da profili tentacolari, che determinavano le scelte di campo, di mercato e di gestione tecnica dell’intera squadra: si pensi a Ferguson, a Wenger. Oggi invece sempre più allenatori vengono assunti e presentati proprio come head coach, e non più come manager, anche in virtù della contestuale ascesa del direttore sporivo. Che a quelle latitudini, come figura professionale, ha una storia piuttosto recente.
In questo contesto, la scelta della FA di ripartire da Tuchel è stata la più naturale possibile. I giocatori sono abituati a questo tipo di approccio e forse la prestigiosa eccezionalità del rappresentare della Nazionale inglese, talvolta, ha avuto anche l’effetto di caricare di peso chi vestiva questa maglia. Secondo Tuchel, non a caso, l’Inghilterra che con Southgate è andata così tanto vicina a tornare a vincere non ci è riuscita semplicemente perché è rimasta sopraffatta dalla paura di perdere. Intrappolata dall’attendismo e dal fatalismo, rinunciando a imporre il suo gioco quando più contava. Bellingham e compagni dovranno ripartire proprio da questo, con rinnovata aggressività anche sul piano fisico. Se le condizioni climatiche estreme del Mondiale americano glielo consentiranno. Da buon allenatore tipo, Tuchel è da mesi che non pensa ad altro.