È stata quasi una profanazione. Eppure guardando il dato nudo e crudo del ranking FIFA, doveva subito venire in mente che Brasile-Marocco sarebbe stata con ogni probabilità la sfida più ghiotta ed equilibrata della prima giornata di questi Mondiali – sesta contro settima. Lo è stata davvero, finora, in effetti. Ma se tutti aspettavano il Brasile, pur riconoscendo la grande crescita dei nordafricani semifinalisti in Qatar, il match di East Rutherford ha messo in luce qualcosa di ben diverso. Gli uomini in casacca rossa che pressano, aggrediscono, controllano il pallone con una qualità sopraffina e si ritrovano stabilmente al limite dell’area avversaria. Quelli verdeoro invece smarriti, a tratti frastornati, ed è soltanto grazie al talento individuale dei fuoriclasse – o al singolare, Vinicius Junior – che limitano i danni soprattutto in un primo tempo pieno di affanni.
Siamo probabilmente a che fare con un bias calcistico cognitivo: quella sorta di autoinganno che ci porta a pensare che il Brasile sia sempre il Brasile. Con Ancelotti in panchina, poi, figurarsi. E il Marocco, beh: bella outsider, ma alla lunga non dura. Invece è il calcio a essere cambiato, più globale, più livellato verso l’alto e meno attento al blasone.
Si diceva dei ragazzi di Ouahbi, comunque. La rivelazione di sabato sera non è tanto il risultato, un pareggio al debutto tutto sommato non così impronosticabile. Ma la ricchezza del contenuto: perché dietro i ben noti Hakimi e Brahim Díaz – assist da punto esclamativo – c’è tutta una squadra in grado di giocare allo stesso livello. Ed è un livello altissimo.
Non era affatto scontato che fosse così. Se è vero che il Marocco conta ancora su molti reduci dell’impresa storica di quattro anni fa, è altrettanto fattuale che molti di quei protagonisti per un motivo o per l’altro in America non ci sono: si pensi a Ziyech, En Nesyri, Aguerd, Ezzalzouli. Eppure è un ricambio di organico che non pesa. Anzi. L’exploit della scorsa edizione è stato la rampa di lancio per approfondire un progetto di crescita a trecentosessanta gradi, fra talenti cresciuti in patria e altri “rimpatriati” – o meglio, corteggiati con successo dai Paesi dov’erano nati e cresciuti. Oggi – nel mezzo il promettente trionfo ai Mondiali Under 20 – si iniziano a raccogliere i frutti, compiendo un salto mentale decisivo: magari il Marocco non riuscirà a bissare il quarto posto del 2022, ma entrare stabilmente nel giro delle migliori al mondo è un traguardo di medio-lungo periodo ancora più significativo. E l’1-1 imposto al Brasile afferma proprio questo.
Per un attimo i marocchini hanno addirittura pensato di poter fare il colpaccio: lo stesso Ismael Saibari, falso nove intelligente e tra i giocatori più brillanti della rosa, ha festeggiato la rete del vantaggio con le mani fra i capelli. Come a dire, non ci crediamo nemmeno noi. Invece, fino all’eurogol di Vinicius, il Marocco ha messo sotto la Seleçao sul piano del ritmo, del gioco, della consapevolezza. Qualcosa di raro per qualunque nazionale. El Kannouss e Ounahi hanno oscurato Thiago e Raphinha. Il giovane Bouaddi – ne sentiremo parlare – è sembrato un gigante al cospetto di Casemiro. Mazraoui e il giallorosso El Aynaoui hanno dimostrato di valere molto più di una carriera da gregari. C’è un gap di percezione ancora più ampio di quello di mercato: perché se è vero che la rosa del Brasile vale quasi un miliardo di euro, quella del Marocco si aggira comunque sui 450 milioni. Mica pochi. Eppure la stragrande maggioranza degli spettatori farebbe fatica a collocare i vari Talbi, El Mourabet, Salah-Eddine.
Potrebbe diventare anche un vantaggio, alla lunga, in questo Mondiale: giocare a fari spenti non guasta mai. Certo è che Hakimi e compagni si sono messi alle spalle l’avversario più duro di un girone ora decisamente alla portata. E poi, salvo contro-sorprese, nella fase a eliminazione diretta potrebbero avere tutte le carte in regola per sognare di nuov in grande. Con una differenza fondamentale: nel 2022 si gridò al miracolo sportivo; riuscirci due volte sarebbe un semplice attestato di qualità. Il Brasile impara per tutti.