C’è un’immagine che racconta meglio di qualsiasi statistica il pareggio per 2-2 tra Giappone e Olanda: l’intera panchina nipponica che invade il campo all’89esimo minuto, travolta dall’emozione dopo il gol del definitivo pareggio firmato da Daichi Kamada. Non è soltanto l’esultanza per un punto conquistato contro una delle Nazionali più talentuose d’Europa, ma in qualche modo la celebrazione di un’idea, di una cultura calcistica e di un sistema che continua a crescere indipendentemente dai nomi presenti o assenti in campo. Il pareggio contro l’Olanda va letto soprattutto attraverso la chiave delle assenze. Il Giappone, infatti, è una squadra capace di restare fedele alla propria filosofia di gioco nonostante l’assenza di due delle sue stelle più luminose, Takumi Minamino e Kaoru Mitoma. Ma non solo: il paradosso più affascinante della serata è che il gol del 2-2 arriva da calcio d’angolo. Un fondamentale che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto favorire nettamente gli Oranje, squadra costruita attorno a giganti fisici come Virgil van Dijk, autore dell’1-o, guarda un po’, proprio di testa.
Negli ultimi anni il calcio giapponese ha costruito la propria reputazione sulla qualità organizzativa. La vittoria contro Germania e Spagna nel Mondiale del 2022 aveva già dimostrato che i Samurai Blue non erano più una semplice outsider. Il pareggio contro l’Olanda aggiunge un tassello ulteriore: la Nazionale di Moriyasu è ormai abbastanza matura da non dipendere esclusivamente dai propri campioni. Alla vigilia molti osservatori si erano concentrati sulle assenze di Minamino e soprattutto di Mitoma, probabilmente il giocatore più funanbolico dell’intero panorama asiatico. Senza le sue accelerazioni devastanti e la sua capacità di creare superiorità numerica, qualcuno si aspettava un Giappone più prudente, quasi rinunciatario.
Ebbene: contro i Paesi Bassi abbiamo visto l’esatto contrario. Il Giappone ha affrontato la partita con coraggio, accettando lunghi tratti il palleggio avversario ma senza mai rinunciare a costruire gioco, ad attaccare gli spazi e a cercare la porta. Per quanto il pressing non sia stato super-intenso, i giocatori in maglia blu hanno tenuto un blocco medio senza aggredire in maniera costante la costruzione dell’Olanda, alla fine Moriyasu è stato premiato per la sua capacità di non snaturarsi troppo. Anche quando l’Olanda è passata in vantaggio per due volte, il Giappone non ha modificato il proprio atteggiamento. Ha continuato a credere nei principi che lo accompagnano da anni: pressing ordinato e coordinato, occupazione intelligente delle corsie laterali, ricerca continua della verticalità. Il primo pareggio di Keito Nakamura nasce proprio da questa convinzione. Nessuna reazione isterica allo svantaggio, nessun assalto disordinato. Solo la volontà di continuare a fare ciò che era stato preparato. È forse questo il segnale più importante emerso dalla gara.
La partita ha mostrato una caratteristica che diversi analisti internazionali sottolineano da tempo: il Giappone produce continuamente giocatori in grado di inserirsi senza traumi all’interno del loro stesso modello. Cambiano gli interpreti ma non cambia il linguaggio calcistico. Nakamura, Kamada, Maeda, Ogawa: nessuno di loro possiede il peso mediatico di Mitoma, ma tutti hanno interpretato il match con la stessa fiducia, con la voglia di attaccare velocemente gli spazi in transizione. È il frutto di un movimento che da anni investe sulla formazione tecnica e tattica, esportando sempre più giocatori nei principali campionati europei. Contro l’Olanda questa continuità è stata evidente soprattutto nei momenti di difficoltà. Dopo il gol del secondo vantaggio, messo a segno da Summerville, la partita sembrava indirizzata verso gli Oranje. Il ct olandese Koeman, però, ha fatto una mossa non proprio tipica di un olandese: chiudersi, abbassarsi e difendere con un blocco unico. Una strategia che storicamente l’Olanda non ha mai attuato e che non sa interpretare.
Il Giappone ha continuato a crederci, pressare e ripartire in contropiede, mettendo costante pressione anche senza troppo ordine. L’importante era tenere lì gli avversari, poi qualcosa succede. È è successo al minuto 89. Su un calcio d’angolo, sulla carta è quasi una situazione favorevole all’Olanda, Ogawa è riuscito a trovare l’impatto di testa. Il pallone è stato poi corretto in rete da Kamada, a cui è stato assegnato il gol del definitivo 2-2. Per quasi novanta minuti l’Olanda aveva cercato di imporre la propria superiorità fisica. Eppure il gol che le costa la vittoria nasce proprio nel fondamentale in cui quella superiorità avrebbe dovuto essere più evidente.
È il trionfo dell’organizzazione e della perseveranza contro i cambi di pensiero e l’incoerenza di principi calcistici. È la dimostrazione che nel calcio moderno il lavoro sui dettagli può compensare differenze apparentemente incolmabili. Ed è soprattutto la conferma della personalità di questa squadra. Il pareggio lascia il girone completamente aperto, considerando che la Svezia ha travolto la Tunisia per 5-1. Dal punto di vista matematico assegna un punto a entrambe le squadre e rinvia ogni verdetto alle prossime giornate, va bene, ma dal punto di vista psicologico, però, il valore è molto diverso. L’Olanda esce dalla partita con il rimpianto di essere stata avanti due volte senza riuscire a gestire il vantaggio. Il Giappone, invece, porta con sé una certezza: può competere con chiunque. Può farlo anche senza alcuni dei suoi giocatori più rappresentativi, può farlo restando fedele alla propria identità e può perfino segnare da calcio d’angolo contro una delle Nazionali fisicamente più forti della Coppa del Mondo. Non è poco, anzi.