Erling Haaland si è abbattuto come un ciclone anche sui Mondiali, e non solo con i suoi gol

La Viking Row della Nazionale norvegese è una metafora perfetta dell'impatto del centravanti del City: lui davanti a tutti, una buona squadra che lo segue e sembra in grado di travolgere chiunque.
di Redazione Undici 23 Giugno 2026 alle 10:15

L’immagine più potente dei Mondiali di Haaland, almeno finora, non è quella che immortala uno dei quattro gol segnati contro Iraq o Senegal, ma è quella della Viking Row, la tradizionale danza a rematore che la Norvegia ha eseguito sotto il settore dei propri tifosi dopo il successo sul Senegal. In testa al gruppo c’è proprio Erling, che si alterna con il capitano Odegaard alla prua della nave immaginaria. L’attaccante del Manchester City, il volto della spedizione norvegese, il condottiero che guida il suo popolo verso nuovi orizzonti. Una scena simbolica, quasi cinematografica, che racconta meglio di qualsiasi statistica il momento che sta vivendo la stella norvegese.

Perché Haaland non è semplicemente il bomber della Norvegia. È il leader di una generazione che ha riportato il Paese dove mancava da 28 anni. Tanto è durata l’assenza dai Mondiali prima che il numero 9 trascinasse la nazionale scandinava di nuovo sul palcoscenico più importante del calcio. E ora che ci è arrivato, non ha alcuna intenzione di fermarsi. Il 3-2 contro il Senegal è stata l’ennesima dimostrazione della sua forza, della sua fame. Dopo la doppietta rifilata all’Iraq, ne è arrivata un’altra contro gli africani. Quattro gol in due partite, ma soprattutto quattro reti diverse tra loro, quasi a voler ricordare al mondo intero che è difficile trovare un modo per fermarlo.

Haaland segna con il destro e con il sinistro, di testa, attaccando la profondità o occupando l’area di rigore, in velocità negli spazi aperti e da centravanti puro quando la partita si trasforma in una battaglia fisica. Ogni volta sembra trovare una soluzione nuova. Contro l’Iraq aveva mostrato la sua capacità di essere devastante in campo aperto e letale negli ultimi metri. Contro il Senegal ha aggiunto potenza, senso della posizione e quella freddezza sotto porta che ormai è diventata il suo marchio di fabbrica. I numeri, del resto, raccontano una storia che sfiora l’incredibile. Con la doppietta contro il Senegal è arrivato a quota 59 gol in 52 partite con la maglia della Norvegia. Una media che appartiene a pochissimi attaccanti nella storia del calcio internazionale. E ciò che rende ancora più impressionante il dato è la continuità. Dall’inizio delle qualificazioni mondiali Haaland non si è praticamente mai fermato, ogni partita è diventata un’occasione per lasciare il segno, ogni avversaria – Italia compresa – si è rivelata un ostacolo facile da superare. Se non da travolgere.

Molti si chiedevano come avrebbe reagito alla sua prima esperienza in un Mondiale. L’attesa era enorme, le aspettative altissime. Per anni, l’attaccante del City era stato il grande assente di diversi tornei internazionali, non per colpa sua ma per i limiti di una Nazionale che non riusciva a compiere l’ultimo salto. Quando finalmente è arrivato il momento del debutto, qualcuno immaginava che il peso della responsabilità potesse rallentarlo. E invece è successo esattamente il contrario: Haaland ha affrontato il Mondiale con la naturalezza di chi sembra nato per questi palcoscenici. Nessuna tensione visibile, nessun periodo di adattamento. Ha iniziato a segnare come aveva fatto nelle qualificazioni e ha continuato a trascinare la squadra come se fosse una semplice estensione del percorso iniziato mesi prima. È la conferma definitiva di una caratteristica che distingue i campioni dai fuoriclasse: la capacità di rendere ordinario ciò che per gli altri è straordinario.

Nel frattempo, attorno a lui è cresciuto anche un fenomeno che va oltre il campo. Negli Stati Uniti, dove il Mondiale è diventato uno spettacolo globale, Haaland è stato rapidamente adottato dal grande pubblico – e dagli sponsor. Gli americani hanno trovato nella sua figura tutto ciò che amano raccontare: il gigante del Nord, il guerriero moderno, la superstar capace di dominare con la forza ma anche con il carisma. È diventato la loro “viking star”, il volto perfetto per una narrazione che mescola sport, intrattenimento e mitologia. E a lui, in fondo, questa dimensione piace. Non tanto per il ruolo di celebrità, quanto per ciò che rappresenta. L’immagine del vichingo, del navigatore, dell’esploratore che parte verso terre sconosciute sembra adattarsi perfettamente alla sua personalità sportiva. Haaland non dà mai l’impressione di essere soddisfatto di ciò che ha già conquistato. Ogni traguardo diventa immediatamente il punto di partenza per quello successivo.

Per questo la Viking Row vista dopo il Senegal assume un significato particolare. Non era soltanto una festa, ma forse una dichiarazione d’intenti. Lui davanti, i compagni dietro, tutti a remare nella stessa direzione, come una nave normanna lanciata verso nuove coste e quali siano queste coste è facile immaginarlo. La Norvegia ha già scritto una pagina storica tornando ai Mondiali dopo quasi tre decenni, ma la sensazione è che nessuno, a partire dal suo dominatore offensivo, consideri conclusa la missione.

All’orizzonte ci sono la fase a eliminazione diretta e poi i quarti di finale, un traguardo che la Nazionale norvegese non ha mai raggiunto nella sua storia mondiale. Con un Haaland così, del resto, il concetto stesso di impossibile perde consistenza. Ogni partita sembra aggiungere un nuovo capitolo alla sua leggenda personale e a quella di una nazionale che ha ritrovato ambizione. Il ragazzo che guida l’onda dei vichinghi non sta semplicemente celebrando una vittoria, sta indicando una rotta e mentre la sua nave continua a navigare, la sensazione è che il viaggio sia appena cominciato.

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