“The last Siuuuuu for the world”. Lo striscione compare sugli spalti al termine di Portogallo-Uzbekistan. E, come spesso accade con le migliori intuizioni dei tifosi, riesce a raccontare molto più di una semplice partita. Quelle cinque parole non parlano soltanto del celebre urlo che accompagna le esultanze di Cristiano Ronaldo, ma dell’ultimo capitolo di una carriera irripetibile e soprattutto dell’ultima missione di un calciatore che ha trascorso tutta la sua vita sportiva alzando continuamente l’asticella.
È questa, in fondo, la storia di CR7. Non tanto quella di un fenomeno capace di segnare migliaia di gol, vincere trofei o collezionare record. La sua vera ossessione è sempre stata un’altra: rendere insufficiente ciò che aveva appena conquistato. Quando sembrava aver raggiunto il massimo livello possibile, lui individuava un nuovo traguardo, quando un record cadeva, ne cercava subito un altro, sempre più in alto, sempre più lontano, fino a portare il livello della sfida in una dimensione che a volte sembra persino impossibile da sostenere.
Per questo motivo guardare oggi il Portogallo ai Mondiali significa ancora, inevitabilmente, guardare Cristiano Ronaldo. Non importa quanti talenti abbia a disposizione la nazionale di Roberto Martínez. Non importa quanto siano cresciuti giocatori come Vitinha, Bernardo Silva o Rafael Leão. L’attenzione continua a convergere su CR7. È un meccanismo che si ripete da quasi vent’anni e che nemmeno il passare del tempo riesce a scalfire.
La settimana che ha preceduto la sfida contro l’Uzbekistan ne è stata l’ennesima dimostrazione. Attorno al Portogallo si era sviluppato il solito dibattito: Ronaldo è ancora il leader assoluto della squadra? I compagni lo seguono davvero come gli argentini seguono Messi? Alcune dichiarazioni di João Neves, peraltro ampiamente travisate, erano state utilizzate per alimentare la narrazione secondo cui CR7 sarebbe ormai considerato “uno come gli altri” all’interno dello spogliatoio portoghese.
Una teoria affascinante, forse persino plausibile sulla carta, ma che si è scontrata ancora una volta con il protagonista principale della storia. Perché Ronaldo ha fatto quello che a cui è sempre stato abituato: segnare. La doppietta contro l’Uzbekistan non entrerà probabilmente nella collezione delle sue reti più memorabili, in fondo si tratta di una girata comoda in area e di un appoggio sul secondo palo al termine di una ripartenza con tanto campo a disposizione. Non sono le prodezze fisiche e balistiche che hanno definito la sua leggenda.
Ma, a questo punto della sua carriera, non è nemmeno quello il punto. Il punto è che ogni volta che sembra arrivato il momento di discutere del suo tramonto, Ronaldo trova il modo di spostare nuovamente il discorso. Lo fa attraverso ciò che conosce meglio: i numeri. Con le due reti all’Uzbekistan, infatti, CR7 centra altri due record destinati a occupare un posto speciale nella sua collezione personale: prima di tutto diventa il primo giocatore nella storia a segnare in sei edizioni consecutive dei Mondiali. Un’impresa che testimonia non soltanto il talento, ma soprattutto una longevità fuori scala. Sei Mondiali significano attraversare generazioni, adattarsi a contesti e condizioni, compagni e avversari completamente diversi, continuando però a lasciare il proprio segno. Poi CR7 è diventato anche il miglior marcatore portoghese nella storia della Coppa del Mondo, superando una figura che per il calcio lusitano appartiene alla dimensione del mito: Eusébio.
Anche qui c’è qualcosa di profondamente ronaldiano. Per molti calciatori il semplice accostamento a Eusébio sarebbe già un traguardo, Cristiano invece deve superarlo, deve trasformare il paragone in una classifica e la classifica in un record. È il motivo per cui ha quella cura del corpo e della condizione atletica, è il motivo per cui a quasi 41 anni emoziona ancora ed è il motivo per cui continua a essere osservato con una curiosità quasi infantile. Nessuno guarda il Portogallo soltanto solo per capire se vincerà o perderà, ma pure per scoprire quale sarà la prossima sfida che Cristiano Ronaldo riuscirà a inventarsi. Quale nuovo primato troverà lungo la strada, quale limite considerato invalicabile deciderà di ignorare. In questo senso, il difficile arriva adesso: l’Uzbekistan non può essere considerato un avversario/test affidabile per misurare il reale match tra questo Cristiano e questo Portogallo. La fase a eliminazione diretta confermerà o smentirà di nuovo che la scelta di tenerlo sempre in campo, al di là del marketing e delle opportunità tecniche, sia corretta e inviolabile.
Forse è proprio questo il significato più autentico di quello striscione. “The last Siuuuuu for the world” non è soltanto l’annuncio di un addio imminente, ma anche il riconoscimento di una carriera costruita sulla continua ricerca dell’impossibile. Un viaggio che sta arrivando alla sua conclusione ma che, anche nell’ultimo tratto, continua a produrre gli stessi riflessi condizionati: il dubbio, la critica, la sfida e infine la risposta. Al Mondiale delle stelle, in fondo, mancava soltanto lui. Dopo le doppiette di Messi, Mbappé, Haaland e Kane, dopo il gol di Lamine Yamal contro l’Arabia Saudita, il cast era quasi completo. Serviva ancora l’ingresso in scena del protagonista che più di tutti ha segnato un’epoca. Cristiano Ronaldo si è presentato con una doppietta e due record: ora che ci sono tutti, la festa può cominciare.