Il Brasile ha battuto il Giappone grazie al talento dei singoli e ai cambi di Ancelotti, può sembrare un po’ deludente ma non sono cose da poco

La Seleção ha sofferto molto nel primo tempo, ma poi ha trovato la forza per ribaltare la gara: è un segnale importante, anche perché l'avversario era veramente di qualità.
di Redazione Undici 29 Giugno 2026 alle 22:18

Il Brasile ha battuto il Giappone, e questo ai Mondiali conta sempre, più di qualsiasi altra cosa. Ma il 2-1 con cui la Seleção ha piegato la squadra di Moriyasu è il frutto di una partita inattesa: Ancelotti e i suoi giocatori hanno sofferto per lunghi tratti, soprattutto nel primo tempo, e hanno trovato il gol decisivo soltanto al 96esimo. Grazie a Gabriel Martinelli, che era subentrato da una panchina. È il tipo di vittoria che può essere letta in due modi: da una parte la forza di una squadra capace di ribaltare una partita complicata grazie al talento della propria panchina; dall’altra la conferma che il Brasile di Carlo Ancelotti, almeno per ora, non ha ancora trovato una struttura di gioco in grado di dominare avversari organizzati e di qualità.

E il Giappone, ormai, è esattamente questo: una squadra seria, cioè organizzata e di qualità. Una Nazionale con un’identità precisa, riconoscibile, costruita su principi consolidati. Lo dimostra il gol del vantaggio, arrivato al 29esimo con Sano: tutto parte da una costruzione dal basso che, più che un possesso ragionato, assomiglia a una ripartenza mascherata; i difensori attirano la pressione brasiliana, poi trovano immediatamente l’uomo tra le linee, saltando il primo pressing e trasformando l’uscita palla al piede in una sorta transizione offensiva. È una giocata che il Giappone ripete con continuità e che ormai esegue con una naturalezza impressionante. Il Brasile si fa sorprendere, si apre centralmente e Sano conclude con un destro sul secondo palo: una conclusione chirurgica per un’azione chirurgica.

Il fatto è che questo gol è stato meritato, la Seleçao nel primo tempo è stata davvero bruttina. Il possesso era lento, prevedibile, quasi statico. La circolazione della palla non ha avuto ritmo e cambi di velocità, e in questo modo il blocco basso giapponese ha potuto scivolare senza particolari difficoltà. Le linee erano troppo vicine, gli esterni ricevevano sempre sui piedi e mai in corsa, mentre tra centrocampo e attacco si apriva un vuoto che nessuno riusciva a occupare. Il problema non era tanto il possesso, quanto il modo in cui veniva interpretato. Il Brasile aveva la palla, ma non riusciva a deformare la struttura avversaria. Mancava ampiezza, mancavano movimenti senza palla e, soprattutto, mancavano uomini capaci di attaccare gli spazi alle spalle della linea difensiva. Il risultato era un fraseggio orizzontale che finiva inevitabilmente per infrangersi contro una squadra giapponese estremamente disciplinata.

Alla fine, però, e nonostante tutto questo, Brasile-Giappone deve essere considerata come una partita vinta dalla panchina. Vinta da Ancelotti. Il tecnico italiano ha capito che continuare a insistere con lo stesso spartito avrebbe soltanto favorito gli avversari, e così ha modificato progressivamente la struttura offensiva della squadra. L’ingresso di Endrick ha aggiunto profondità, ma soprattutto Ancelotti ha allargato stabilmente Vinicius Junior e Ryan sulle corsie laterali. L’obiettivo era chiaro: “stretchare” la difesa giapponese, costringerla ad allungarsi orizzontalmente e creare finalmente quei corridoi centrali che fino a quel momento erano rimasti chiusi. È un principio semplice ma fondamentale. Più gli esterni restano larghi e obbligano i terzini ad aprirsi, più aumentano gli spazi per gli inserimenti dei centrocampisti.

Ed è esattamente quello che succede nell’azione del pareggio. Danilo trova il tempo per mettere un cross preciso e Casemiro, inserendosi nello spazio creato dal nuovo assetto offensivo, anticipa tutti di testa e firma l’1-1. La sensazione è che il Brasile abbia iniziato davvero a giocare solo da quel momento. Il ritmo cresce, la circolazione diventa più veloce e il Giappone, costretto finalmente a difendere più campo, perde quella compattezza che aveva caratterizzato il primo tempo. Ma la mossa decisiva arriva poco dopo: l’ingresso di Gabriel Martinelli al posto di Matheus Cunha cambia ancora gli equilibri offensivi della Seleção, perché l’attaccante dell’Arsenal non interpreta il ruolo di seconda punta come un semplice raccordo tra centrocampo e reparto offensivo: attacca continuamente la profondità, porta aggressività nei duelli individuali e, soprattutto, costringe i centrali giapponesi a uscire dalla propria comfort zone.

Con Cunha il Giappone poteva difendere mantenendo la linea compatta. Con Martinelli, invece, i difensori si sono ritrovati a dover accettare situazioni di uno contro uno, perdendo quella superiorità posizionale che aveva permesso loro di controllare la gara per oltre un’ora. Il gol del 2-1, arrivato al 96′, nasce esattamente da questa diversa occupazione degli spazi – e dalla qualità individuale che, inevitabilmente, il Brasile possiede in quantità superiore rispetto al Giappone. Filtrante di Bruno Guimaraes, al quarto assist del suo Mondiale e interno destro di Martinelli: la palla va a baciare il secondo palo e poi si infila in porta.

Come detto, la Seleçao dispone di giocatori capaci di risolvere le partite anche senza creare un dominio tattico assoluto. È già successo contro il Marocco, la miglior squadra affrontata finora da Ancelotti e i suoi ragazzi. E forse è proprio questo il principale interrogativo che accompagna il Brasile: contro il Giappone è bastato il talento. Sono stati sufficienti i cambi, la profondità della rosa e qualche intuizione dell’allenatore. Ma nelle fasi successive del torneo potrebbe non bastare più. Le Nazionali più forti, quelle candidate alla vittoria finale, concedono meno tempo, meno spazio e puniscono con maggiore continuità le difficoltà nella costruzione del gioco.

Allo stesso tempo, sarebbe un errore ridimensionare la prestazione pensando che sia stata semplicemente una serata storta della Seleçao. Il merito appartiene anche al Giappone, che ha confermato – ancora una volta – di essere entrato stabilmente nell’élite del calcio internazionale. Non è più una Nazionale sorprendente, ma una squadra moderna, coraggiosa, capace di costruire dal basso con personalità, difendere con ordine e competere alla pari contro le grandi del mondo. Perciò la rimonta colta al 96esimo ha un valore importante: per quanto Ancelotti abbia trovato le soluzioni durante la partita, per quanto la sua squadra debba ancora trovare una propria identità, resta il fatto che la sua squadra ha dimostrato di avere la qualità e anche la mentalità necessaria per riprendere e ribaltare le partite storte. Non è poco, non è scontato. Soprattutto ai Mondiali.

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