Le lacrime sugli spalti raccontano tutto. I volti increduli dei tifosi capoverdiani, immobili mentre l’Argentina festeggia un soffertissimo 3-2, sono l’immagine più potente di una partita che resterà nella storia del calcio e della Nazionale africana. Non sono lacrime di una sconfitta qualunque: sono quelle di chi ha visto sfumare un sogno a nove minuti dai rigori, quando l’autogol di Diney Borges, al 111′, ha spezzato una favola che sembrava davvero possibile. Perché il rammarico, in fondo, nasce proprio da questo. L’impresa era vicina, ma soprattutto sembrava alla portata. All’esordio assoluto nella fase a eliminazione diretta di un Mondiale, la Nazionale guidata da Bubista non si è limitata a resistere ai campioni del mondo in carica: li ha messi in enorme difficoltà, li ha costretti a rincorrere una qualificazione mai davvero al sicuro. E, nel finale dei supplementari, ha persino sfiorato il colpo del ko.
Alla vigilia quasi tutti immaginavano una partita a senso unico. È stata invece una sfida in cui Capo Verde ha imposto il proprio piano gara con sorprendente lucidità. Difesa bassissima, blocco compatto, pochissimo spazio tra i reparti e una disponibilità totale al sacrificio da parte di tutti i calciatori in campo. In alcuni momenti gli africani hanno difeso addirittura con nove uomini dietro la linea della palla, lasciando solo un riferimento offensivo pronto a far respirare la squadra. Una scelta inevitabile contro il talento argentino, ma che non si è mai trasformata in una resa. Ed è proprio qui che si è vista la qualità del lavoro di Bubista. Perché, pur rinunciando al possesso e accettando di trascorrere lunghi tratti senza palla, Capo Verde non ha mai smesso di cercare la profondità. Ogni recupero diventava immediatamente un tentativo di verticalizzare, di accelerare verso una difesa argentina che, appena costretta a correre all’indietro, mostrava tutte le proprie fragilità. Gli africani avevano individuato perfettamente il punto debole della Scaloneta: una circolazione lenta, prevedibile e incapace di creare superiorità tra le linee, ma anche una fase difensiva tutt’altro che impeccabile quando gli avversari riuscivano a ripartire.
L’Argentina era riuscita comunque a passare in vantaggio grazie a una giocata che soltanto Lionel Messi può inventare. Al 29esimo, sul lungo lancio di Lisandro Martínez, il numero 10 della Selección ha controllato il pallone con uno stop sublime che ha completamente tagliato fuori il difensore, prima di battere il portiere con la naturalezza dei campioni assoluti. Un gol meraviglioso, accolto dall’esplosione di uno stadio quasi interamente schierato dalla parte dell’Albiceleste. Sembrava il momento destinato a spezzare definitivamente l’equilibrio, ma neppure il vantaggio ha risvegliato l’Argentina di Scaloni, che ha continuato a giocare con ritmi troppo bassi, si può dire anche compassati. Il possesso palla rimaneva sterile, la manovra faticava enormemente a trovare uomini tra le linee e ogni attacco finiva spesso per svilupparsi in maniera prevedibile, permettendo al blocco difensivo capoverdiano di scivolare con ordine senza concedere spazi centrali.
Era un’Argentina lontanissima dalla squadra brillante che aveva conquistato il titolo mondiale. Troppi tocchi, poche accelerazioni, pochissimi movimenti senza palla. Capo Verde, al contrario, sembrava sempre più convinta che, prima o poi, la grande occasione sarebbe arrivata. È arrivata al 59esimo. Duarte ha finalizzato una delle poche ma efficaci ripartenze africane, premiando la fiducia di una squadra che non aveva mai rinunciato ad attaccare nonostante il lungo assedio subito. Il pareggio ha cambiato completamente il clima della partita. Se prima era Capo Verde a inseguire un miracolo, da quel momento è stata l’Argentina a fare i conti con la paura. La superiorità tecnica della Selección, alla lunga, le ha consentito di riportarsi avanti, ma senza mai dare la sensazione di avere davvero il controllo della partita. Ogni volta che gli uomini di Scaloni sembravano poter allungare, Capo Verde trovava energie, coraggio e organizzazione per rimettersi in carreggiata.
Lo ha fatto anche nei supplementari. Quando molti pensavano che la stanchezza avrebbe definitivamente piegato la resistenza africana, è arrivata un’altra perla. Lopes Cabral ha inventato un destro meraviglioso che ha riportato il punteggio in perfetta parità, facendo esplodere la piccola ma rumorosissima rappresentanza capoverdiana sugli spalti e facendo calare il silenzio sul resto dello stadio. A quel punto la sensazione era che tutto potesse davvero accadere. L’Argentina, sempre più tesa, continuava a faticare enormemente nel costruire occasioni pulite. La lentezza della circolazione permetteva al blocco africano di ricompattarsi continuamente e ogni pallone perso spalancava nuovi spazi per le transizioni di Capo Verde. La beffa è arrivata soltanto al 111′. L’autogol di Diney Borges sul colpo di testa di Romero ha spezzato l’equilibrio nel modo più crudele possibile, trasformando in disperazione quella che fino a pochi secondi prima sembrava una serata destinata alla storia.
Eppure nemmeno quel colpo ha spento la squadra di Bubista. Nel finale Capo Verde è andata vicinissima al pareggio, di nuovo. Prima Lopes Cabral e poi Benchimol hanno costretto Emiliano “Dibu” Martínez a due interventi decisivi che hanno salvato l’Argentina da un clamoroso epilogo ai calci di rigore. Due parate pesantissime, forse le più importanti della serata dell’estremo difensore argentino, che hanno evitato ai campioni del mondo un’eliminazione che, per quanto visto in campo, sarebbe stata tutt’altro che impossibile.
Per l’Argentina il passaggio ai quarti rappresenta una buona notizia, ma le risposte offerte dalla squadra sono tutt’altro che rassicuranti. La Scaloneta è apparsa lenta, poco brillante, incapace di accelerare il gioco tra le linee e sorprendentemente vulnerabile nelle transizioni difensive. Il talento individuale continua a fare la differenza, come dimostra il capolavoro di Messi, ma il collettivo sembra aver perso quella fluidità che negli ultimi anni aveva reso l’Albiceleste una delle nazionali più difficili da affrontare.
Se vuole continuare a inseguire il sogno mondiale, lsa Selección dovrù ritrovare brillantezza e velocità di esecuzione. Contro avversari di livello superiore, una prestazione del genere rischia di non bastare. Dall’altra parte resta invece l’orgoglio di una Nazionale che esce tra gli applausi – dopo averne incassati tanti, tantissimi, in occasione delle prime tre partite. Arrivata al Mondiale da numero 64 del ranking FIFA, Capo Verde non solo è riuscita a superare la fase a gironi, ma ha dimostrato qualcosa di ancora più importante: che le idee possono ridurre il divario tecnico. Con organizzazione, coraggio, disciplina e la convinzione di poter colpire nei momenti giusti, la squadra di Bubista ha fatto tremare i campioni del mondo fino agli ultimi istanti. L’impresa non è arrivata, ma per 120 minuti Capo Verde ha fatto credere a tutti che fosse possibile. E forse è proprio questo il risultato più straordinario della sua storica avventura mondiale.