Capo Verde è un Paese in festa. Non c’è altro modo per definire lo spirito di una comunità che per la prima volta ha vissuto la gioia di partecipare alla Coppa del Mondo di calcio. E non solo: i tre pareggi ottenuti nel girone iniziale, contro Spagna, Uruguay e Arabia Saudita, hanno permesso alla Nazionale capoverdiana di accedere alla fase a eliminazione diretta – per altro da seconda del girone, quindi senza beneficiare del nuovo format che fa passare anche le migliori terze. Il Guardian ha pubblicato un lungo reportage che racconta l’entusiasmo, l’incredulità, la gioia genuina di un popolo che adesso si godrà una sfida diretta, occhi negli occhi, contro l’Argentina di Lionel Messi. In questo senso, le testimonianze raccolte dal quotidiano inglese dicono tanto sul potere del calcio e dei Mondiali: «È incredibile vivere tutto questo, i capoverdiani e i turisti si stanno godendo una festa che va avanti da un mese. Il Paese è orgoglioso della squadra e dei giocatori, dopo ogni partita le auto scendono in strada a festeggiare». E ancora: «Per la partita contro la Spagna, in molti qui a Capo Verde hanno avuto mezza giornata libera al lavoro. Ma in realtà possiamo dire che nessuno ha davvero lavorato, quel giorno».
Questo sentimento è andato oltre il calcio, nel senso che è sfociato in politica: sempre il Guardian ha pubblicato le parole di una capoverdiana secondo cui «la nostra bandiera, prima dei Mondiali, si vedeva solamente al Palazzo Presidenziale o su alcuni edifici pubblici. Ora, invece, tutti la espongono con orgoglio: la vedi sulle auto, sulle moto, sui balconi di tutto il Paese». È bello, ed è anche molto contemporaneo, rilevare come questo orgoglio nazionale sia frutto di un progetto portato avanti negli anni, di un lavoro fatto di contaminazione e di scouting: Capo Verde, infatti, ha un campionato poco competitivo e un bacino di talento inevitabilmente ridotto (l’ultimo censimento dice che gli abitanti totali del Paese sono poco più di 525mila). E per questo la Federazione ha dovuto volgere lo sguardo all’estero, scovare giocatori figli della diaspora. In questo senso, le parole del commissario tecnico Pedro Leitão Brito, detto Bubista, sono molto significative: «Rappresentiamo la nostra isola, ma anche l’Africa».
E infatti moltissime Nazionali africane, dal Marocco in giù, hanno costruito delle Nazionali competitive proprio in questo modo, cioè puntando su calciatori con passaporto multiplo. Per Capo Verde, i riferimenti più importanti sono stati il Portogallo – da cui ha dichiarato l’indipendenza nel 1975 – e i Paesi Bassi, ma alcuni giocatori arrivano anche da altri Paesi. La storia più incredibile è quella di Roberto “Pico” Lopes, difensore nato e cresciuto in Irlanda che è stato reclutato attraverso un messaggio su LinkedIn. Dadinho. uno dei dirigenti di Capo Verde che ha avviato il processo di scouting all’estero, ha detto a El País che «in realtà noi siamo stati i primi ad andare in Europa a cercare calciatori da poter aggiungere al roster della Nazionale, poi il Marocco ci ha copiato il modello». Al di là di queste discussioni sulla primogenitura dell’idea, resta il fatto che l’attuale Nazionale capoverdiana è composta da 14 giocatori (su 26) nati all’estero.
Ovviamente, nel corso degli anni, diversi giocatori con discendenza capoverdiana – Dadinho ha fatto i nomi di Nuno Mendes, Renato Veiga, Thierry Correa – hanno preferito rappresentare altre Nazionali, decisamente più competitive. Però questo Mondiale così positivo, così indimenticabile, potrebbe dare un ulteriore impulso alla crescita del movimento. Che, tra le altre cose, ha beneficiato anche di un buonissimo rapporto con la FIFA e del progetto immobiliare portato avanti dalla Cina in tutta l’Africa, progetto che ha portato alla costruzione di numerosi stadi in diversi Paesi del continente. A Praia, capitale di Capo Verde, dal 2013 c’è un impianto di 15mila posti. Pochi mesi dopo la Nazionale ha raggiunto i quarti di finale alla sua prima partecipazione in Coppa d’Africa, poi nel 2023 è arrivato un clamoroso terzo posto. Adesso è la volta dei Mondiali e di una partita contro l’Argentina di Messi. Sembra una favola, ma in realtà non lo è.