Il Marocco è diventato una potenza calcistica, e il merito è di un piano strategico che potrebbe ispirare tutto il resto dell’Africa

Il modello parte da uno scouting aggressivo, per recuperare i talenti della diaspora, e arriva agli investimenti sulle accademie, sulle infrastrutture. Con risultati strepitosi.
di John McAulay 19 Giugno 2026 alle 00:57

Al fischio finale della semifinale dei Mondiali 2022 tra Marocco e Francia, ben pochi tifosi dei Leoni dell’Atlante provavano reale delusione. Nonostante il 2-0 subìto e il sogno infranto a un passo dalla finale, il Marocco aveva già scritto la storia, diventando la prima Nazionale africana di sempre a entrare tra le prime quattro al mondo. Lungo il cammino aveva eliminato Belgio, Spagna e Portogallo, catturando l’immaginazione di milioni di appassionati ben oltre i propri confini nazionali. Aveva perso la partita, è vero, ma aveva conquistato qualcosa di molto più grande: la consapevolezza che il calcio africano era appena entrato in una nuova era.

Quel traguardo non è stato certo frutto del caso. La straordinaria cavalcata del Marocco in Qatar è stata il risultato di una strategia politica, culturale e sportiva costruita nell’arco di decenni. Dietro le immagini cariche di emotività dei giocatori che abbracciavano le madri a bordo campo, o dei tifosi in festa da un continente all’altro, si celava un modello strutturato con cura, capace di abbracciare la diaspora globale del Paese per trasformarla in una vera e propria potenza calcistica.Il gruppo marocchino che ha fatto la storia nel 2022 era profondamente multiculturale. Dei 26 giocatori in rosa, 14 erano nati fuori dal Marocco: più di qualsiasi altra squadra del torneo. L’elenco delle stelle nate in Europa era a dir poco impressionante: Achraf Hakimi e Brahim Díaz in Spagna, Hakim Ziyech e Noussair Mazraoui nei Paesi Bassi, Bilal El Khannous e Anass Zaroury in Belgio. Persino Walid Regragui, il commissario tecnico che ha condotto i nordafricani in semifinale, è nato in Francia.

Negli ultimi decenni, le Nazionali europee hanno ampiamente beneficiato di calciatori con radici africane. Il passato coloniale e i flussi migratori hanno portato milioni di famiglie nel Vecchio Continente, dove le nuove generazioni sono cresciute all’interno di accademie d’élite prima di arrivare a rappresentare i Paesi europei. Nessuna rappresentativa incarna questo fenomeno meglio della Francia, proprio la Nazionale che ha sconfitto il Marocco nella semifinale giocata tre anni e mezzo fa: 17 dei 23 giocatori della rosa francese avevano origini familiari esterne ai confini del Paese. Ecco, la Nazionale marocchina del 2022 ha letteralmente capovolto questa dinamica. Per anni, la Federcalcio locale aveva coltivato attivamente i legami con i giocatori con doppia nazionalità in giro per l’Europa. Molte delle attuali stelle della squadra sono il frutto della campagna di reclutamento lanciata nel 2014, emblematicamente intitolata “Bring Back Talents Belonging to the Soil”. Traduzione più o meno letterale: riportare a casa i talenti appartenenti alla nostra terra. La strategia era chiara: individuare precocemente calciatori di talento nati in Europa, ma con radici marocchine, instaurare un rapporto di fiducia con loro e con le rispettive famiglie, infine convincerli a vestire la maglia dei Leoni dell’Atlante.

Invece di considerare la diaspora come un bacino secondario – lasciando che l’Europa ne assorbisse il talento – il Marocco l’ha trasformata in un vantaggio strategico. Un approccio che riflette il rapporto più ampio che il Paese intrattiene con i propri espatriati: tra i cinque e i sei milioni di marocchini vivono all’estero, eppure i legami con la madrepatria rimangono molto saldi. Ogni estate, i figli nati a Madrid, Bruxelles o Amsterdam trascorrono le vacanze a Tangeri, Casablanca o Fès, sviluppando identità che non sono né del tutto europee, né in alcun modo disconnesse dal Marocco. Sofyan Amrabat, che ha rappresentato i Paesi Bassi a livello giovanile prima di optare per i Leoni dell’Atlante, ha descritto così questo attaccamento: «Ogni volta che ci vado, non riesco a descrivere a parole ciò che sento dentro: è semplicemente casa mia».

Un legame che si è rivelato fondamentale. Se le comunità della diaspora si fossero sentite alienate dalla società marocchina, il progetto calcistico sarebbe naufragato in partenza. Al contrario, i giocatori nati in Europa vengono accolti come parte integrante di un’identità nazionale più vasta. Lo ha sintetizzato alla perfezione Regragui durante la storica avventura qatariota, rispondendo alle passate tensioni tra giocatori “locali” e “stranieri”: «Oggi abbiamo dimostrato che ogni marocchino è, a tutti gli effetti, un marocchino». Per alcuni giocatori, la scelta di difendere i colori della terra dei propri genitori, preferendola alla Nazionale europea, è stata plasmata anche da esperienze di razzismo e di esclusione. Hakim Ziyech ha raccontato di essersi sentito spesso «svantaggiato» in quanto ragazzino cresciuto nei Paesi Bassi ma di origini straniere. «Devi faticare il doppio o il triplo per guadagnarti il rispetto», ha spiegato l’ex attaccante dell’Ajax. «Se giochi bene, sei olandese. Se giochi male, sei solo “quel marocchino”»,. E non basta nemmeno rappresentare il proprio Paese di nascita per mettersi al riparo dagli abusi, come dimostrano gli attacchi razzisti subiti da Lamine Yamal (di origini marocchine) nonostante giochi per la Spagna. Per molti ragazzi con doppia nazionalità, il punto non è solo a quale Paese appartenere, ma dove sentirsi davvero accettati.

Per decenni il calcio africano ha vissuto all’interno di un cortocircuito: il continente produceva un talento sterminato, ma i club e le Nazionali europee ne raccoglievano quasi sempre i frutti migliori. Il Marocco ha scardinato questa dinamica riappropriandosi del talento in diaspora, un processo che Myriam Cherti, ricercatrice esperta di migrazioni, interpreta come una forma di «decolonizzazione». Allo stesso tempo, va detto che la strategia dipende ancora in larga misura dalle infrastrutture calcistiche d’élite europee: molti calciatori si sono formati nei vivai di Amsterdam, Madrid o Parigi prima di consacrarsi con l’Atlante sul petto. «Di conseguenza, l’approccio marocchino non si sottrae alle disuguaglianze globali, ma ha imparato a piegarle a proprio favore», sostiene Cherti.

Al fine di ridurre, col tempo, questa dipendenza dall’estero, è intervenuta una precisa scelta politica: investire in modo massiccio sulle infrastrutture interne. Negli ultimi anni, il Marocco ha modernizzato la propria Federcalcio, ampliato le reti di scouting, elevato il livello di formazione degli allenatori e avviato imponenti progetti infrastrutturali in tutto il Paese. L’Accademia Mohammed VI, un centro d’eccellenza da 65 milioni di dollari ideato per forgiare calciatori locali di livello mondiale, rappresenta l’emblema perfetto di questa metamorfosi. Le candidature vincenti per ospitare i grandi tornei – tra cui la Coppa d’Africa 2025 e i Mondiali del 2030 (in co-organizzazione con Spagna e Portogallo) – riflettono la medesima ambizione. Sono stati investiti miliardi di dollari nell’ammodernamento degli stadi e delle strutture, basti pensare al progetto del nuovo Grand Stade Hassan II da 115mila posti. Anche il movimento femminile ne ha tratto estremo giovamento, portando la Nazionale a qualificarsi per la prima volta ai Mondiali nel 2023.

Tali investimenti tradiscono una visione a lungo termine, che va ben oltre l’affidarsi all’estemporaneità di una singola generazione d’oro. Il Marocco deve ancora fare i conti con limiti oggettivi, come fa notare Cherti: «Le infrastrutture rimangono disomogenee sul territorio e il divario con i migliori campionati europei è ancora netto». Oggi come oggi, la nazione non può contare esclusivamente sullo sviluppo dei talenti interni. Ma la transizione è in atto, e l’obiettivo finale è chiarissimo: costruire un sistema capace di produrre giocatori fatti in casa che siano in grado di competere nell’élite globale, continuando al tempo stesso ad attrarre le grandi stelle della diaspora.

Questo modello ibrido rischia di ridisegnare il futuro del calcio in tutto il continente. In Europa, le vaste comunità della diaspora africana hanno storicamente prodotto talenti che finivano per rappresentare le nazionali del Vecchio Continente, soprattutto a causa della mancanza di organizzazione, risorse o visione a lungo termine delle federazioni africane. Ma la tendenza si sta invertendo. Alla Coppa d’Africa 2025, più di un quarto dei giocatori in campo era nato in Europa. Nazionali come Tunisia, Senegal e Ghana si sono affidate enormemente a talenti nati all’estero, iniziando ad adottare un paradigma molto simile a quello marocchino.

Naturalmente si tratta una strategia che non può essere replicata alla cieca in ogni contesto. Il Marocco gode di una relativa stabilità politica, di un forte sostegno statale, di un’economia in crescita e della vicinanza geografica all’Europa: privilegi che non tutte le nazioni africane possiedono. Eppure, i principi fondamentali alla base di questo successo sono assolutamente esportabili. La lezione non si limita all’invito a fare uno scouting più aggressivo oltreconfine, ma richiede investimenti costanti e mirati nello sviluppo del talento autoctono: «La diaspora può trasformarsi in un vero asset per il calcio nazionale solo se supportata da una pianificazione credibile e a lungo respiro», conclude Cherti.

Fino a qualche tempo fa, una semifinale mondiale era considerata un traguardo ai limiti dell’impossibile per una nazionale africana. Magari nei Mondiali che sono appena iniziati Regragui non sarà più a bordo campo, ma il suo successore, Mohamed Ouahbi (anch’egli un prodotto della diaspora), ha promesso continuità più che rottura. Dopo che i Leoni dell’Atlante sono riusciti ad arrivare dentro le prime quattro in Qatar, l’interrogativo è cambiato. Non è più se una nazione africana possa o meno sedersi al tavolo delle grandi. La vera domanda, semmai, è un’altra: quanto oltre può ancora spingersi il Marocco?

Da Undici n° 68
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