Il Royal Box di Wimbledon è uno dei luoghi più esclusivi e ambiti dello sport mondiale, e infatti ci sono regole complicatissime anche solo per poter essere invitati

Dress code molto rigidi e guai a chi arriva in ritardo: i posti migliori del centrale sono una vera istituzione britannica.
di Redazione Undici 05 Luglio 2026 alle 15:58

Il Royal Box di Wimbledon è uno di quei luoghi che esistono ben oltre la loro funzione. Non è solo il posto migliore del Campo Centrale di uno dei club sportivi più importanti del mondo, ma viverlo è praticamente un rito, un simbolo, una rappresentazione quasi teatrale del messaggio che  gli organizzatori dell’All England Club vogliono veicolare: qui siamo nei posti più ambiti per guardare dal vivo il torneo più prestigioso del tennis. Ogni anno, per due settimane, quelle ottanta poltrone rivestite di verde ospitano un campionario del potere contemporaneo. Ci sono capi di Stato, membri della famiglia reale britannica, imprenditori, artisti, scienziati, campioni olimpici, premi Nobel, attori, stilisti, musicisti. Può capitare di vedere Jeff Bezos seduto a pochi metri dalla Principessa del Galles Kate Middleton, David Beckham e Pep Guardiola dietro Samuel L. Jackson.

È un mosaico apparentemente casuale, ma in realtà racconta molto bene il modo in cui Wimbledon costruisce la propria identità. Perché entrare nel Royal Box, infatti, la questione va oltre la semplice ricchezza. Non esiste un biglietto da acquistare, né un’asta da vincere: serve un invito. E questo invito non si chiede, semplicemente arriva. L’All England Lawn Tennis Club definisce il Royal Box come uno spazio dedicato alla famiglia reale, al mondo del tennis e a «persone che contribuiscono al miglioramento della società». È una sintesi volutamente ampia, quasi romantica, che negli anni ha permesso di far convivere figure molto diverse tra loro. Da una parte i grandi nomi dello spettacolo e dello sport, dall’altra ricercatori, professori universitari, medici e personalità premiate per il loro impegno civile. Nelle ultime edizioni questa seconda categoria è persino diventata più centrale, seguendo una precisa scelta della dirigenza del torneo. Non è un caso che nel 2021 una delle standing ovation più emozionanti del Centre Court sia stata riservata a Sarah Gilbert, la scienziata che guidò lo sviluppo del vaccino Oxford-AstraZeneca contro il Covid-19.

Come fatto notare da The Athletic, naturalmente Wimbledon non rinuncia alla sua dimensione glamour. Le telecamere cercano continuamente il vip tra il pubblico e ogni giornata regala una sfilata di celebrità. Ma la sensazione è che il Royal Box non funzioni come il classico parterre delle grandi manifestazioni sportive. Non è un red carpet trasportato dentro uno stadio, ma un’istituzione tutta britannica, a partire dalle regole. Il dress code è famoso quanto il torneo stesso e quest’anno è diventato ancora più rigido. Agli uomini sono richiesti giacca e cravatta, alle donne un abbigliamento elegante che rispetti precise indicazioni, fino al divieto di indossare abiti con spalle scoperte o sottili spalline. Persino i cappelli sono scoraggiati, perché potrebbero impedire la visuale agli spettatori seduti dietro.

Sono dettagli che potrebbero sembrare eccessivi, se non fosse che l’aura mitica di Wimbledon si almimenta proprio di questi dettagli. È il torneo che pretende il bianco assoluto dai giocatori, che non allestisce i maxi schermi per le partite dei Mondiali, che continua a chiamare i campi con il loro nome storico e che considera il protocollo parte integrante dello spettacolo. Per fare un esempio: nel 2015, Lewis Hamilton si è presentato al Royal Box senza giacca e cravatta ed è stato respinto all’ingresso. Qualche anno dopo è toccato a Pippa Middleton, sorella di Kate, costretta a seguire gli incontri da un posto normale perché era arrivata in ritardo. A Wimbledon il prestigio non concede deroghe, non importa quanto si è famosi. Anche l’esperienza riservata agli invitati sembra costruita per rafforzare questa idea di esclusività discreta. Si viene accolti con un aperitivo sulla terrazza che affaccia sui campi esterni, poi un pranzo raffinato al Clubhouse, il tè del pomeriggio e, naturalmente, le classiche fragole con panna. Non le stesse che vengono vendute agli spettatori, ma una varietà selezionata appositamente per il Royal Box – e che, naturalmente, costano tantissimi soldi.

Dietro questa macchina perfettamente oliata c’è un grande lavoro – diplomatico per non dire politico. Agenti, uffici stampa e rappresentanti di personaggi famosi cercano continuamente di ottenere un invito, mentre gli organizzatori devono distinguere tra richieste autentiche e tentativi di sfruttare il nome di qualche celebrità. È successo perfino che qualcuno provasse a prenotare un posto fingendosi una star di Hollywood, salvo essere smentito dal fatto che l’attore in questione stesse girando un film dall’altra parte del mondo. Eppure il Royal Box continua a conservare qualcosa di misterioso. Non esiste un algoritmo che spieghi perché una persona venga invitata e un’altra no. Esiste soltanto una tradizione che si rinnova ogni estate, scegliendo chi, almeno per un giorno, rappresenterà l’idea stessa di eccellenza secondo Wimbledon. Forse è proprio questa la forza del Royal Box. Non celebra semplicemente chi è famoso, ma pure chi, agli occhi del torneo, ha lasciato un segno.

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