Il gioco della Spagna è talmente codificato che può colpire sempre, in qualsiasi momento, anche se i suoi talenti non sono in giornata

La Roja di De Fuente si è presa la qualificazione ai quarti nonostante la resistenza del Portogallo. E l'ha fatto con un gol costruito a partire dalla sua identità.
di Redazione Undici 07 Luglio 2026 alle 02:33

Nel calcio ci sono partite che portano i calciatori a credere ancora di più nel loro sistema e nei loro principi. Contro il Portogallo, la Spagna ha fatto proprio questo: ha vinto la gara più complicata del suo Mondiale, almeno finora, forzandola grazie alla sua identità. La chiave è arrivata dalla panchina. Quando il possesso della Roja continuava a sbattere contro un Portogallo ordinato e disciplinato, De la Fuente ha cambiato la natura del proprio attacco inserendo Ferran Torres e Mikel Merino al posto di Dani Olmo e Álex Baena.

Per lunghi tratti della sfida, il Portogallo aveva accettato di vivere dentro un blocco medio, rinunciando a pressare alto. Una scelta quasi contro natura per la formazione di Roberto Martínez, ma evidentemente la paura di andare a pressare forte la costruzione della Spagna, di sbagliare i tempi e concedere metri alle spalle della linea difensiva, il terreno preferito da Lamine Yamal, Dani Olmo e Mikel Oyarzabal, era troppo forte. E allora meglio abbassare il baricentro, meglio comprimere gli spazi e costringere la Spagna a un possesso più lento, meno verticale e incisivo.

In questo contesto, inevitabilmente, quella della Spagna è stata una partita diversa rispetto a quelle giocate finora: il pallone rimaneva spesso tra i piedi degli uomini di De la Fuente, ma il controllo territoriale non si traduceva in occasioni. Per la prima volta, almeno in questo Mondiale, la Spagna sembrava costretta ad accettare l’idea che il dominio del gioco, da solo, potesse non bastare.

È qui, però, che è emersa la profondità di una squadra costruita sui principi più che sugli automatismi: Ferran Torres ha interpretato il ruolo di falso nove in modo diverso rispetto a Oyarzabal, ha iniziato ad abbassarsi con continuità, offrendo una linea di passaggio in più ai centrocampisti e, soprattutto, trascinando fuori posizione i centrali portoghesi. Per quasi un quarto d’oro ha sbagliato a leggere tempi e spazi, ma quando li ha azzeccati ha cambiato il match. Dai suoi piedi è arrivato un assist geniale per Merino, che di questi tempi sembra avere un rapporto quasi naturale con i gol significativi e ha letto quella situazione con la consueta sensibilità, inserendosi nel corridoio giusto al momento giusto. Proprio come contro la Germania a Euro 2024, il uno dei fedelissimi di De la Fuente ha deciso la partita

L’azione racconta molto anche del Portogallo. Difendere basso per oltre 90 minuti non appartiene alle caratteristiche dei suoi interpreti. Rúben Dias, Renato Veiga e João Cancelo sono difensori costruiti per controllare il possesso, non per presidiare costantemente gli ultimi venti metri davanti alla porta. Così, quando la concentrazione si abbassa anche solo per un istante, emergono inevitabilmente le crepe: Dias esce in ritardo, João Neves legge tardi l’inserimento, Veiga non garantisce la copertura preventiva. È stata sufficiente una sola distrazione. Contro questa Spagna va così.

Eppure sarebbe ingeneroso ridurre la prestazione del Portogallo a quell’episodio. Per lunghi tratti il piano di Roberto Martínez ha funzionato, Nuno Mendes ha probabilmente disputato la miglior marcatura individuale vista finora su Lamine Yamal, non concedendogli praticamente mai il dribbling, anticipando le sue intenzioni, costringendolo a giocare sempre con un tempo di ritardo rispetto al solito. Il fuoriclasse del Barcellona si è acceso soltanto con una conclusione nel primo tempo, rimanendo poi ai margini del gioco. Il laterale del PSG è stato anche il più pericoloso dei suoi in fase offensiva, con un sinistro deviato in maniera determinante da Pedro Porro.

A maggior ragione se pensiamo che Yamal ha giocato una partita grigia, anonima, è chiaro che il vero punto di forza della Spagna stia nella capacità di penetrare la difesa avversaria con una qualità e una velocità estreme. E anche con una certa varietà, pur sempre all’interno di un centro spartito: se non riesce a rompere un blocco  attraverso il talento individuale, lo fa con il movimento collettivo. Se il dribbling viene negato, arriva il tempo dell’attacco dello spazio. Se il ritmo si abbassa, aumenta la pazienza. Insomma: quella costruita da De la Fuente è una Nazionale che non smette mai di occupare il campo secondo gli stessi principi, aspettando che sia l’avversario a concedere quel centimetro necessario per colpire.

Anche senza Nico Williams, la cui assenza continua a togliere profondità e accelerazione alla corsia sinistra, la Roja non ha messo in discussione la propria identità, quei principi e quei concetti che due anni fa l’hanno portata in cima all’Europa. Anzi, in realtà questi due anni di lavoro in più hanno aggiunto un altro livello alla sua maturità. Lo abbiamo visto nel primo vero test del Mondiale, contro un Portogallo non scintillante ma solido, equilibrato, anche molto umile nel suo approccio.

Con questa vittoria, la Spagna torna ai quarti di finale di un Mondiale per la prima volta dal 2010, ovvero dall’edizione che culminò con il trionfo di Johannesburg. Da allora sono passati 16 anni, 16 anni durante i quali il ricordo di quella generazione era rimasto più un termine di paragone che un’eredità realmente raccolta. Questa squadra magari non domina come quella di Xavi e Iniesta, ma cerca di riprodurne le vibrazioni. Sta costruendo una propria identità, altrettanto riconoscibile e forse la sua qualità più preziosa è proprio questa: riuscire a vincere con il suo sistema anche quando la partita sembra dirle il contrario.

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