Guardando Beckham. Letteralmente, ogni volta che va in onda uno spot pubblicitario durante le lunghissime pause commerciali – chiamiamole con il loro nome, senza idratazione equivoca – previste a margine delle partite di questo Mondiale. Dall’inizio del torneo, lo scorso 11 giugno, lo storico centrocampista della Nazionale inglese è spuntato davanti agli occhi dei telespettatori più di ogni altra personalità del mondo del calcio: 418 milioni di visualizzazioni totali, secondo Sportico, citando i dati generati da iSpot – una piattaforma di analisi e misurazione dell’efficacia pubblicitaria in tempo reale.
Sir David è coinvolto in tre principali reclame dalla durata di trenta secondi o meno: la più nota, “build it like Beckham”, è per Home Depot, il più grande rivenditore di articoli per la casa negli Stati Uniti. Insomma, la finestra dei Mondiali, con un giro d’affari da 5 miliardi di dollari soltanto per i diritti tv, si è confermata ghiottissima per qualunque broadcaster o grande impresa determinata a comprare il proprio spazio pubblicitario. Per valorizzarlo al massimo, servivano testimonial d’eccezione. Magari legati allo sport, vista la natura del pubblico: ecco allora comparire Michael Phelps, Shaquille O’Neal, l’allenatore di football americano Nick Saban. Tutti riconoscibilissimi simboli a stelle e strisce. Ma nessuno con il background calcistico di Beckham, baronetto trapiantato negli States.
Era stato così nell’ultimo spicchio della sua gloriosa carriera, con la pionieristica esperienza in MLS con la maglia del Los Angeles Galaxy. Ed è di nuovo così, ancora di più, nella sua seconda vita da dirigente e talentuoso imprenditore: l’Inter Miami è nata ex novo dal suo intuito, senza il quale non sarebbe mai stato possibile ammirare il genio di Lionel Messi a tutti gli angoli del soccer. Non è un caso che Beckham sia una presenza fissa anche negli stadi, durante questi Mondiali. Da vip, alumni, ospite d’onore. Ma anche stakeholder, consigliere, punto di riferimento per un mondo che ha appena iniziato ad affacciarsi alla globalità del pallone – anche in termini di proventi finanziari, cioè la bussola della classe imprenditoriale americana.
Lo inquadrano le telecamere, ma lo riproducono ancora di più gli schermi. Gli spot con Beckham protagonista sono andati in onda per ben 238 volte: 88 più di quelli con Pulisic, 91 oltre Messi, 151 in più perfino di Zlatan Ibrahimovic che evidente non capitalizza la sua presenza su Fox News. Insomma, come il miliardario di Londra nessun altro. Era sbarcato negli Stati Uniti nel 2007, quando ancora in pochi credevano nel potenziale del calcio a queste latitudini. Due decenni più tardi è il signore assoluto della sua ascesa. E soprattutto lo conoscono anche gli americani: dettaglio mica da poco, quando si tratta di break pubblicitari.