Tra Spagna e Belgio, l’unica vera differenza l’ha fatta la qualità di chi è entrato dalla panchina (e per la Roja non è una grande notizia)

Non solo Merino, che ha risolto in prima persona la partita: i subentranti di De la Fuente hanno mantenuto alto il livello della loro squadra, a differenza di quelli scelti da Garcia.
di Redazione Undici 11 Luglio 2026 alle 01:17

Esistono partite che sembrano raccontare la superiorità di una squadra e altre che, invece, finiscono per evidenziare soprattutto la distanza tra due rose. Belgio-Spagna appartiene decisamente alla seconda categoria. Perché, al di là del risultato, la sensazione è che le Nazionali di De la Fuente e Garcia, per oltre un’ora. siano rimaste dentro lo stesso spartito tattico, salvo poi prendere strade diverse nel momento in cui gli allenatori hanno iniziato a pescare dalla panchina. Ed è lì che la Spagna ha conquistato l’accesso alla seconda semifinale di Coppa del Mondo della sua storia.

In realtà non è che le le riserve della Roja abbiano cambiato il volto della partita: la verità è che i vari Ferrán Torres, Pedri e Mikel Merino, più Nico Williams evidentemente in ritardi di condizione, sono riusciti a mantenerne invariato il livello della Spagna, a differenza di quanto fatto da Witsel, Lukaku, Seys, Saelemaekers e (soprattutto) Lammens. È una differenza sottile ma decisiva, soprattutto nelle sfide secche nei grandi tornei. Le squadre che arrivano fino in fondo sono spesso quelle che riescono a sostituire un titolare senza che la qualità collettiva ne risenta. Il Belgio, invece, ha scoperto quanto sia poco profonda la sua rosa.

Dal punto di vista tattico, Rudi Garcia ha deciso di impostare un blocco medio molto ordinato, alternando marcature orientate sull’uomo dietro la linea della palla e una chiusura sistematica delle linee di passaggio verso il centro. Non il classico atteggiamento attendista, ma una scelta precisa, che ha obbligato la Roja a rallentare il proprio palleggio e a cercare soluzioni meno naturali. L’infortunio di Courtois, però, ha cambiato la natura della partita: l’errore di Lammens, che ha vissuto la serata più difficile della stagione, è stato lo scacco del match. Sul tiro dalla distanza di Pau Cubarsí non ha trattenuto una palla leggibile e la respinta corta è diventata l’assist perfetto per Mikel Merino. Che, da parte sua, continua a fare quello che gli riesce meglio: arrivare dove gli altri non arrivano. È già il secondo gol consecutivo dell’ex Real Sociedad in questo Mondiale, ma soprattutto è l’ennesima dimostrazione di quanto Merino sia diventato un lusso quasi unico nel panorama internazionale. Non entra semplicemente per aumentare il ritmo: entra per interpretare gli spazi con una lucidità che spesso manca persino ai titolari. La sua presenza modifica le occupazioni dell’area, aumenta il numero di uomini tra le linee e offre alla Spagna una soluzione diversa senza alterarne i principi.

L’errore di Lammens, inevitabilmente, riporta d’attualità anche un’altra vicenda che riguarda il Belgio: contro la Spagna, tra i pali, avrebbe potuto esserci Mile Svilar. Il portiere della Roma, nato in Belgio, era destinato a rappresentare i Diavoli Rossi. Solo che, a suo tempo, il necessario cambio di nazionalità sportiva – aveva rappresentato la Serbia, di cui possiede il passaporto per discendenze parterne, in una partita – non venne perfezionato entro i termini. Una questione burocratica che allora sembrava marginale e che oggi, osservando la differenza tra Courtois e il suo sostituto, assume inevitabilmente un peso diverso.

Ma limitarsi al portiere significherebbe raccontare solo una parte della storia. Anche gli altri cambi del Belgio hanno finito per impoverire la squadra. L’ingresso di Romelu Lukaku avrebbe dovuto garantire presenza fisica e capacità di consolidare il possesso offensivo, ma invece è successo il contrario: l’attaccante del Napoli è apparso distante dal ritmo della partita, poco coinvolto, incapace di trasformare i lanci diretti in situazioni favorevoli. Ancora più evidente il calo provocato da Axel Witsel, che non è riuscito né a rallentare la circolazione spagnola né a dare continuità al possesso belga. Più che cambi, sono sembrati inevitabili certificati del tempo che passa.

Grazie ai cambi, invece, la Spagna ha ottenuto avuto l’effetto opposto. Ferrán Torres ha garantito profondità e mobilità senza abbassare il livello tecnico dell’attacco; Merino, come spesso gli accade, ha inciso direttamente sul risultato. Più in generale, ogni sostituzione ha conservato l’identità della squadra. È questo, probabilmente, il vero vantaggio competitivo della Roja: non possedere soltanto un undici riconoscibile, ma una rosa nella quale le gerarchie possono cambiare senza modificare il funzionamento del sistema.

Eppure, sarebbe un errore leggere questo quarto di finale come una dimostrazione di superiorità assoluta della Spagna. Anzi: il Belgio ha probabilmente indicato alla Francia la strada da percorrere in semifinale. La Roja ha trovato meno spazi rispetto alle partite precedenti proprio perché il blocco medio preparato da Garcia ha limitato la circolazione interna del pallone. Gli uomini di De la Fuente hanno sofferto ogni volta che gli avversari sono riusciti ad attivare le combinazioni che servono a rompere i duelli individuali. Il gol del Belgio è nato esattamente così. Charles De Ketelaere anticipa Cubarsí, altera le distanze della linea difensiva e apre la sequenza che porta al cross decisivo. Ma non si è trattato di un episodio isolato: in diverse occasioni gli attaccanti belgi sono riusciti, attraverso triangolazioni e scambi rapidi, a creare quegli uno contro uno che la Spagna preferirebbe evitare. Una vulnerabilità che contro la Francia rischia di avere conseguenze ancora più pesanti, considerando la qualità devastante di Mbappé, Dembélé, Doué e Olise negli spazi aperti.

Alla fine, dunque, Belgio-Spagna racconta soprattutto una verità molto semplice. Nei tornei brevi non basta avere una squadra forte. Serve avere una rosa capace di attraversare gli imprevisti senza perdere qualità. Il Belgio ha perso Courtois e, insieme a lui, ha perso sicurezza. La Spagna ha tolto i titolari e ha continuato a giocare la stessa partita. È una differenza enorme. Forse la più grande emersa finora in questo Mondiale. E anche il motivo per cui la Roja è in semifinale. Resta però un’avvertenza. Se contro il Belgio è bastato che fosse la panchina a fare la differenza, contro la Francia potrebbe non essere sufficiente. Servirà una Spagna più pulita nelle letture difensive, più attenta a proteggere Cubarsí e i compagni quando vengono isolati nell’uno contro uno e, soprattutto, più efficace nel controllo delle transizioni. Perché il Belgio ha dimostrato che la Roja è battibile grazie alla qualità delle connessioni.

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