Quando Jannik Sinner ha giocato contro Cerundolo al Roland Garros e si è letteralmente disciolto durante il terzo set, per poi arrivare a perdere una partita che sembrava già vinta, tutti – al netto della preoccupazione per il malore che aveva colpito il tennista italiano – avevano pensato a due cose. La prima: questa è un’incredibile occasione persa per Jannik, che in assenza di Alcaraz avrebbe potuto completare il Career Grand Slam. La seconda: chissà se, come e quanto Jannik potrà ritornare a giocare al suo livello, a schiantare gli avversari, a vincere un grande torneo, magari uno Slam. Un mese e mezzo dopo, giorno più giorno meno, Jannik Sinner ha alzato di nuovo il trofeo di Wimbledon sul Centre Court, davanti a Kate Middleton, Alexander Zverev e tutto il mondo, non solo quello del tennis.
Ecco, basterebbe già questo per inquadrare la portata dell’impresa assurda, incredibile, senza senso, compiuta da Sinner. Chi ha seguito le partite giocate a Londra, però, sa anche altro. Intanto che Jannik non ha espresso il miglior tennis della sua carriera, tutt’altro: in alcuni momenti di alcune partite, al netto di un evitabile controllo tecnico ed emotivo, è sembrato incapace di rullare giocatori anche di livello più basso, di chiudere i punti in maniera autoritaria, soprattutto di reggere scambi lunghi. Al punto che, come scritto anche da The Athletic poco prima dei quarti di finale, era giusto pensare e dire che Jannik, essenzialmente, fosse riuscito ad andare avanti nel torneo «grazie a un’incredibile combo potenza+precisione nel servizio». Poi la semifinale contro Djokovic ha detto che Sinner in realtà aveva giocato i primi turni a marce basse, che il numero uno del mondo era ancora in grado di fare partite davvero dominanti, che si era tenuto da parte un po’ di energie per la fase finale del torneo.
A tutto questo, naturalmente e non in ultimo, va aggiunta una riflessione su Zverev. Che ha giocato un torneo e una finale semplicemente clamorosi, in alcuni tratti del match contro Sinner – soprattutto dei primi due set – ha dato l’impressione di essere infallibile, una specie di cannone d’assalto però dotato di un micrometrico sistema di precisione, un martellatore che non avrebbe potuto accusare un calo, tali erano la sua continuità e la sua concentrazione. Jannik ha fatto davvero un miracolo a tenere duro, a trascinare i primi due set al tie-break, Zverev infatti è sembrato sempre più quadrato, più deciso, più solido, non a caso ha concesso una sola palla break nei primi due set e mezzo. E così, più o meno com’è capitato lungo tutto il torneo, il numero uno del mondo è riuscito a rimanere aggrappato alla partita grazie al servizio. E alla pazienza.
Quella, neanche tanto in fondo, era la chiave della finale. Perché tutti, compreso lo stesso Zverev, sapevano che Zverev non avrebbe potuto continuare così per molto tempo. Il calo del tedesco sarebbe arrivato, era inevitabile, bisognava solo capire due cose: quale sarebbe stata la condizione di Sinner in quel momento e che impatto avrebbe avuto la flessione sulla prova di Sasha. Ed è qui, proprio in questo punto, che Jannik ha dimostrato di essere un fuoriclasse assoluto. Perché in realtà il livello di Zverev si è abbassato di uno zerovirgola, da parte sua non c’è stato un crollo, piuttosto un cedimento minimo e progressivo. Dall’altra parte del campo, però, Sinner ha mantenuto standard altissimi, ha continuato a picchiare duro in battuta, a resistere ai ritorni del suo avversario, a cercare variazioni anche impudenti – come le smorzate e alcuni lungolinea contro-intuitivi – e a muoversi tantissimo, come un gatto, in tutte le situazioni difficili.
È così che il terzo e il quarto set, per quanto si siano comunque giocati sul filo sottile dell’equilibrio, sono sembrati come il rewatch di un film che finisce con una scena scontata: la vittoria finale di Sinner, una vittoria meritata, fatta di costanza, di intelligenza tattica con una fondamentale e dolcissima spruzzata di creatività, una vittoria quasi inevitabile anche se Zverev ha giocato benissimo – e sarebbe bello, proprio per il tennis in generale, che continuasse a giocare così – ed è sembrato sempre dentro la partita, sempre all’altezza del suo avversario, sempre all’altezza della finale al Centre Court di Wimbledon. Probabilmente, come giù detto in precedenza, è questo l’aspetto più importante: al di là di uno storico bis, che di per sé deve già essere considerato come un successo gigantesco, Jannik Sinner ha affrontato un tennista in forma davvero strepitosa. E l’ha fatto partendo da una condizione non smagliante, non brillantissima, per motivi tecnici e non solo tecnici. Eppure, eppure, ha trovato le risorse – fisiche, mentali, emotive – per non farsi travolgere e nemmeno scoraggiare, neanche quando è finito sotto di un set: un attimo dopo era già lì, e si è messo a ricostruire la partita punto su punto, game dopo game, fino a trovare un varco e a demolire il suo avversario dall’interno – magari senza prendere mai davvero il controllo della partita ma indirizzandola laddove voleva lui. Questa è la vera impresa, ed è un’impresa che entra entra di diritto nel pantheon storico dello sport italiano. Soprattutto se pensiamo a Parigi, a Cerundolo, a quello che era successo a Jannik un mese e mezzo fa, giorno più giorno meno, e adesso lo vediamo sull’erba di Wimbledon con la coppa dorata tra le mani, davanti a Kate Middleton, davanti a un grandissimo, Alexander Zverev, davanti al mondo del tennis e non solo del tennis. Tutti, nessuno escluso, non possono fare altro che applaudirlo.