Jannik Sinner è tornato a essere micidiale nel momento giusto, e così ha travolto Djokovic nella semifinale di Wimbledon

Il numero uno al mondo ha ricominciato a giocare un tennis implacabile e ha gestito benissimo i pochi punti davvero delicati.
di Redazione Undici 10 Luglio 2026 alle 20:42

Il fatto che Jannik Sinner batta Novak Djokovic, da un po’ di tempo ormai, non fa più notizia. E quindi a Wimbledon non è successo nulla di clamoroso, il 6-4 6-4 6-4 che ha portato il tennista italiano in finale rientra nella normale amministrazione. Il fatto è che prima della partita c’erano un po’ di dubbi, di perplessità, sul rendimento di Jannik. Che, detto in poche parole, aveva vinto i suoi ultimi match senza brillare in maniera particolare, senza dare l’impressione di travolgere i suoi avversari, di demolirli col suo tennis velocissimo e asfissiante. Chissà, forse era un modo per non bruciare troppe energie, per non portare al limite il suo fisico e la sua mente – a maggior ragione dopo quello che è successo al Roland Garros.

Ebbene, la partita contro Djokovic ha detto – e l’ha detto fin da subito – che Sinner è tornato a essere micidiale, a dominare e a stritolare chi si ritrova a condividere il campo con lui. Certo, nel caso di specie parliamo di un fuoriclasse vero, forse il più grande della storia, quindi la supremazia di Jannik non è stata totale. Al tempo stesso, però, le accelerazioni fulminee, il martellamento continuo, le palle pesanti, durissime, i proiettili sparati al servizio e anche un buon numero di variazioni hanno determinato una partita in pieno controllo, se non completamente a senso unico.

Come detto, Djokovic è e resta un fuoriclasse. Meno esplosivo e meno scattante rispetto al suo prime, ma questo lo sa anche lui. Però ciò non toglie che, in alcuni frangenti della partita, Sinner abbia dovuto giocare alcuni punti delicati. Ecco: in quei (pochi) momenti che avrebbero potuto capovolgere l’inerzia del match, Sinner ha riacceso il colpo che, di fatto, gli ha permesso di andare avanti in questa edizione di Wimbledon: un servizio sempre più potente, sempre più sicuro, sempre più preciso. In questo modo, il numero uno al mondo ha accorciato i suoi scambi e ha potuto dedicarsi alla demolizione progressiva del suo avversario.

Per restare in partita, o quantomeno per provarci, Djokovic ha dovuto alzare i ritmi, ha dovuto aumentare i rischi. Ha forzato diverse seconde, ha cercato di inventarsi colpi complicatissimi e traiettorie visionarie. In alcuni momenti ci è riuscito, ma non tutte le macchine sono fatte per andare sempre al limite. E ce ne sono alcune, un po’ più attempate e logore di altre, che non possono reggere un tennis di questo tipo. A maggior ragione contro Sinner, che non si è scomposto e si è comportato alla stregua di un muro: si è messo a respingere praticamente tutti i colpi di Djokovic, ha spento sul nascere ogni sua velleità di rientrare fattivamente in partita. Lo dicono, forse più di ogni altra cosa, i numeri delle palle break: Novak ne ha giocata solo una in tutta la partita, Jannik invece ne ha affrontate tre 13 e ne ha trasformate tre. Quelle che sono servite per vincere la partita, per consolidare anche nel punteggio un’evidente superiorità. Che oggi non fa più notizia, anche se dovrebbe.

Se fino all’inizio della sfida contro Djokovic, anche in virtù del fresco precedente di Melbourne, Sinner – o quantomeno: il Sinner visto finora a Wimbledon – sarebbe partito sfavorito nei confronti del miglior Zverev di sempre, adesso il pronostico della finale è decisamente più equilibrato. Come detto, Jannik non aveva ancora espresso il suo miglior tennis e la sua miglior condizione, il ritorno in campo – e sull’erba: dettaglio non da poco – dopo il Roland Garros era stato poco più che incoraggiante. Dopo la semifinale, però, le sensazioni e le prospettive sono cambiate: abbiamo rivisto una grande versione di Sinner, che è apparso sicuro, consapevole, inscalfibile. Sia dal punto di vista fisico che mentale. Non è poco, non è scontato, non lo è mai a certi livelli.

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